Come faccio a sapere se il mio peso è corretto oppure no?L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha fissato i criteri per classificare il peso (e quindi anche i gradi di obesità) utilizzando il sistema dell'Indice di Massa Corporea (IMC o Body Mass Index BMI in inglese).
Per calcolarlo occorre dividere il peso in Kg per l'altezza in metri elevata al quadrato (utilizzando solo i primi due decimali, per comodità). Ad esempio, se il peso è 82 Kg e l'altezza 1,67 m si otterrà:
82: (1,67 x 1,67) = 82 : 2,78 = 29,49
Il risultato ottenuto è l'IMC ed occorrerà controllare in quale fascia è collocato:
| DEFINIZIONE | IMC | | DEFINIZIONE | IMC |
|---|
| SOTTOPESO | <18,5 o < 20 | | OBESITA' DI I GRADO | 30 - 34,99 |
| NORMPESO PER L'UOMO | 20 - 24,99 | | OBESITA' DI II GRADO | 35 - 39,99 |
| NORMPESO PER LA DONNA | 18,5 - 24,99 | | OBESITA' DI III GRADO | ≥ 40 |
| SOVRAPPESO | 25 - 29.99 | | | |
La distinzione in gradi al di fuori dell'ambito della normalità è dovuta al diverso impatto che i rischi legati al peso hanno sulla salute.
Qual è il mio peso ideale?
Non esiste un valore numerico predefinito o assoluto che corrisponde ad un peso “ideale”. Per definire il peso “ragionevole” (cioè quello più adatto al singolo individuo) occorre tenere presente diversi fattori: età e sesso, tipo di lavoro e di attività fisica globale, storia del peso, patologie associate, struttura e composizione corporea.
In linea di massima è facile che questo peso non coincida tassativamente con le tabelle spesso pubblicate su varie riviste (tabelle che fanno riferimento, di solito, a dati statistici, spesso di popolazioni diverse da quella italiana e che non si riferiscono a singoli individui reali).
Nei soggetti non obesi tende a coincidere col peso mantenuto più a lungo, senza sforzo ed in stato di buona salute dopo i 20 anni, consentendo qualche oscillazione in più o in meno nel corso del tempo.
Come faccio a rimanere al peso che ho raggiunto dopo aver seguito una dieta se ogni volta che la interrompo torno a crescere?
Quella descritta corrisponde alla classica Sindrome dello Yo-yo (o Weight Cycle Sindrome WCS degli anglosassoni), caratterizzata da cali di peso per effetto di restrizione alimentare e successivo recupero di gran parte – spesso di più – di quanto perso, ed è la conseguenza della mancata comprensione del termine DIETA.
Con tale parola, infatti, si intende non un regime a ridotto contenuto di cibi, bensì un concetto di “stile di vita globale” nel quale l'alimentazione (controllata ma non completamente ed esclusivamente penalizzata = stile alimentare adeguato) gioca un ruolo alla pari assieme all'attività motoria (= stile di vita attivo) ed ai comportamenti individuali, sociali ed emotivi (= stile di vita consapevole).
In questa maniera i cambiamenti messi in atto con l'inizio di una “dieta” si traducono in modifiche durature che mantengono il peso stabile nel tempo e la qualità di vita a buoni livelli.
Viceversa le diete troppo rigide e “strette”, svincolate da regole collaterali, portano a cali di peso anche rapidi (che soddisfano nell'immediato) ma con danni maggiori a carico della componente magra del corpo piuttosto che a riduzione complessiva di quella grassa. Inoltre, mancando l'adattamento dell'organismo alle modifiche, perché troppo rapide, si assiste ad un altrettanto veloce recupero di peso, tutto a carico della massa grassa questa volta.
In pratica è come cadere dalla padella nella brace!
Per calare di peso è meglio eliminare pane e pasta o saltare un pasto?
Entrambi i comportamenti sono errati.
Nel primo caso la mancanza di carboidrati nell'alimentazione comporta l'utilizzo delle proteine (e quindi di massa magra) come fonte energetica: le nostre cellule utilizzano glucosio (il costituente ultimo dei carboidrati) come carburante per svolgere le proprie funzioni ed in mancanza di esso è più agevole trasformare le proteine in glucosio prima di arrivare ad intaccare le riserve adipose. Se poi si pensa che il maggior consumo di calorie avviene grazie ai muscoli si arriva al paradosso che ci si auto-distrugge lo strumento che serve per “bruciare” le riserve. È un po' come bruciare lo scafo della barca a vapore nella caldaia per farla andare avanti!!!
La seconda modalità, invece, fa sì che da un lato si posticipi l'introduzione di cibo per un periodo più o meno prolungato, col risultato che il senso di fame aumenta in maniera a volte incontrollato e porta ad esagerare in voracità e quantità al pasto successivo (quando non facilità lo smangiucchiamento fuori pasto); inoltre, l'organismo si abitua a periodi più o meno lunghi durante i quali non gli arrivano sostanze dall'esterno ed impara a “mettere in riserva” tutto ciò che viene introdotto, riducendo i consumi (scala cioè la marcia per consumare meno carburante).
Nessun alimento è, di per sé, “ingrassante “ o “pericoloso”: sono il corretto equilibrio dei componenti e le quantità non eccessive a consentire cali ponderali armonici e ben tollerati dall'organismo.
Quale dieta è più valida tra quelle più diffuse al momento?
La maggior parte delle diete “commerciali” è caratterizzata da proposte di volta in volta bizzarre, incongrue, rigide, esotiche, pseudo-scientifiche, … e chi più ne ha più ne metta.
Molte possono diventare pericolose per la salute se vengono seguite per tempi prolungati, altre rappresentano solo degli esborsi economici per il tipo di alimenti suggeriti, altre ancora finiscono con l'isolare la persona dal resto della famiglia per l'estrema diversità del tipo di cibi da consumare.
In ogni caso sono spesso diete impersonali che non rispondono alle reali esigenze delle diverse persone ed a quelle della gestione quotidiana di chi le deve applicare.
Una dieta corretta è quella equilibrata, varia, personalizzata per il soggetto che la deve applicare, inserita in un programma di cambiamento della stile di vita (ritmi dei pasti, attività fisica, controllo dei comportamenti alimentari emotivi, …) e tale da poter essere mantenuta nel tempo senza grandi difficoltà.
In tale dieta non esistono alimenti da escludere a priori, né sostanze ad effetto miracoloso: il modello di riferimento proposto dalle principali società scientifiche del settore è quello che ricalca lo stile alimentare mediterraneo, con pasti frazionati, buona quantità di carboidrati complessi (altamente sazianti), apporti proteici adeguati (né troppo, né troppo poco), lipidi rappresentati in maniera equilibrata (dai saturi ai mono- e poliinsaturi in giusto rapporto tra di loro), abbondanza di vegetali (fonti di fibra, minerali e vitamine antiossidanti).
Quali farmaci si possono assumere per dimagrire?
La decisione di inserire o meno un farmaco per aiutare l'organismo a perdere peso spetta al medico, che valuta la situazione clinica del paziente ed i rapporti costi/benefici dell'utilizzo, analogamente a quanto accade quando si prescrive un qualsiasi altro farmaco.
I medicinali per l'obesità non sono bacchette magiche in grado di ottenere risultati eclatanti con poco sforzo, né sono innocue panacee che servono per sostenere moralmente uno sforzo di volontà: sono molecole che interferiscono con le funzioni dell'organismo e come tali vanno trattate, sapendo che accanto agli effetti positivi per cui vengono usate ne hanno anche dei nei negativi, per cui devono essere “maneggiate con cura”.
Gli unici prodotti farmacologicamente attivi nei confronti dell'obesità sono la sibutramina e l'orlistat.
Altre molecole usate in passato sono state abbandonate per le ripercussioni sulla salute.
Occorre fare attenzione soprattutto alle tante preparazioni galeniche ancora prescritte da medici poco seri che contengono estratti tiroidei (fanno perdere massa magra, cioè muscolo, e non quella grassa), diuretici (che eliminano liquidi e non grassi, quindi “asciugano” ma non fanno dimagrire) ed anfetamine (tolgono la fame, che si ripresenta amplificata quando vengono sospese): l'uso associato di tali sostanze è vietata dal Ministero della Salute.
Quale prodotto è più indicato per abbassare il colesterolo?
Il colesterolo è una molecola importante dell'organismo, che lo produce regolarmente. Una parte, però, arriva dall'esterno con gli alimenti ed è proprio questa frazione che può essere modificata quando si cerca di ridurne i livelli circolanti. Il motivo per cui occorre mantenerne bassi i quantitativi nel sangue è legato al fatto che depositandosi sulle pareti dei vasi sanguigni li occlude.
Alla base della terapia ipolipemizzante sta il controllo dell'alimentazione: solo in caso di mancata risposta a tale approccio ci si indirizzerà ad un farmaco che, nel caso del colesterolo, è rappresentato da molecole del gruppo delle statine
L'uso di tali terapie richiede che comunque l'alimentazione rimanga controllata e che si effettuino periodicamente esami, per valutare sia l'efficacia della terapia intrapresa, sia l'assenza di effetti collaterali sul fegato e sull'apparato muscolare.
In commercio si trovano anche prodotti a vendita libera, definiti “attivi per abbassare il colesterolo”: lecitina e derivati da erbe. Si tratta di sostanze ad azione più da integratore che da farmaco vero e proprio, che possono risultare utili solo in caso di anomalie di lieve entità.
Gli _-3 (contenuti nell'olio di pesce e con molteplici effetti positivi per l'organismo), invece, hanno solo modesti effetti sul colesterolo, mentre sono più attivi nei confronti di un altro tipo di lipidi circolanti, i trigliceridi.
Se uso i farmaci orali per il diabete posso evitare di seguire una dieta?
Il caposaldo della terapia del diabete è rappresentato da una alimentazione corretta, tale da non determinare grandi sbalzi della glicemia.
L'assunzione di una terapia farmacologica per bocca beneficia di tale attenzione a ciò che si mangia, consentendo di mantenere accettabili le dosi dei farmaci ed il loro effetto.
È per questo motivo che anche quando si utilizzano gli ipoglicemizzanti orali occorre rispettare i suggerimenti dietetici opportuni.
Perché mi hanno consigliato di calare di peso per russare di meno?
L'obesità è responsabile di una minor efficienza dei muscoli respiratori e della lassità della mucosa del retro-faringe: si creano pertanto le condizioni per il russamento (da maggior vibrazione delle fauci) e per il deficit di ossigenazione del sangue (da minor escursione dei muscoli respiratori associata a fasi di “blocco” del respiro = apnee).
La scarsità di ossigeno che arriva al cervello rende scadente la qualità del sonno, con conseguente senso di stanchezza al risveglio e tendenza all'assopimento durante il giorno. Ciò diventa particolarmente pericoloso quando i guida: vi è, infatti, una stretta correlazione tra le apnee notturne ed il rischio-incidenti.
Il calo di peso migliora l'efficienza dei muscoli intercostali e riduce lo scivolamento mucoso faringeo, consentendo di ossigenare adeguatamente il cervello e di ripristinare un ritmo sonno-veglia corretto ed adeguato.
Se c'è inappetenza cosa si può mangiare?
Innanzitutto occorre chiarire la causa che genera “inappetenza”, poiché se alla base dello scarso desiderio di mangiare c'è una malattia occorre trattarla per risolvere il problema.
Nelle persone adulte, sovente, alcuni stati emotivi possono interferire con il senso della fame riducendolo, ma anche diverse patologie hanno tra i loro sintomi caratteristici l'inappetenza (dalle malattie respiratorie a quelle renali o neoplasiche).
Se compare nell'anziano si tratta, di solito, di una somma di cause intrecciate tra di loro.
In ogni caso occorre proporre cibi appetibili ma digeribili (= poco elaborati), variati, di aspetto e colore invitante, ben presentati nel piatto, di odore gradevole e comunque non forte, alla temperatura adeguata e, soprattutto, scelti tra quelli graditi a chi li deve mangiare.
Anche il luogo dove servire il pasto dovrà essere adatto: tranquillo e senza distrazioni, lontano da persone che svolgano altre attività, comodo.
Chi assiste ed aiuta durante il pasto dovrà fare attenzione a rispettare i ritmi del soggetto, assecondando e stimolando in giusta misura, proponendo bocconi adeguati alla capacità di chi è assistito, evitando di distrarsi o di creare distrazione, frazionando la distribuzione durante la giornata anche attraverso alcune merende.
Può essere opportuno arricchire in senso calorico e proteico le preparazioni, sia con aggiunte di alimenti (parmigiano, crema, …), sia con addizione di integratori del commercio (solo proteici, solo a base di carboidrati, completi ed aromatizzati) liquidi o in polvere.
Come si può capire se una persona che mangia poco soffre di anoressia nervosa?
Il problema dell'anoressia è complesso e di non facile definizione in poche righe.
Solitamente compare in soggetti giovani, prevalentemente donne.
Può manifestarsi con un rifiuto ad assumere cibo (ed in questo caso ci se ne accorge abbastanza presto) oppure con assunzioni solo in parte ridotte ma seguite da “fughe” in bagno (per vomitare ciò che si è mangiato) o da bisogno incontenibile di muoversi o fare sport. L'attenzione è costantemente rivolta al controllo dell'aspetto fisico e del cibo. Le mestruazioni si bloccano. La percezione del disturbo e del proprio aspetto è alterata e si nega l'evidenza di tali fatti. L'umore tende ad essere depresso in maniera progressiva. Si tende ad isolarsi dal proprio giro di amicizie.
I primi sintomi sono solitamente sfumati e poco colti dall'ambiente circostante alle pazienti (familiari, amici, compagni, colleghi).
Spesso l'avvio è rappresentato da una dieta intrapresa per problemi di peso reali o immaginati o per simpatia con un'amica.
Smangiucchio per tutto il pomeriggio e la serata: sono bulimico/a?
La bulimia è una patologia definita dall'assunzione di elevati quantitativi di cibo – spesso anche mal assortiti tra di loro – in tempi limitati, più o meno seguita da condotte eliminative. Si accompagna spesso a modifiche del tono dell'umore ed a profondi sensi di inadeguatezza o di scarsa auto-stima. Gli episodi sono sovente seguiti da spiccato senso di colpa e la loro frequenza deve essere altra e protratta per vari mesi per poter definire una tale situazione come “bulimia nervosa” (in analogia con l'”anoressia nervosa” di cui rappresenta una sorta di opposto). Chi è affetto da tale patologia molto spesso nasconde il suo problema a chi gli sta vicino e giunge a farsi aiutare solo dopo vari anni da che è esordito.
Viceversa, il comportamento descritto nel quesito è quello caratteristico del soggetto che consuma cibo – solitamente in quantità modeste ma ripetute – per noia, ansia, stress, abitudine. Si parla in questo caso di “alimentazione emotiva” o “alimentazione compulsiva”, in grado di interferire sul peso e sulla sensazione di benessere, ma non necessariamente grave.
Il cibo rappresenta, fin dalla nascita, il piacevole rifugio emotivo delle sensazioni indefinite che si provano. Può trattarsi di fame, di bisogno di essere puliti, di senso di solitudine, di voglia di coccole, di dolore, … il bambino segnala il suo disagio col pianto e la madre gli risponde cercando di identificarne i bisogni. Se manca o è carente questo riconoscimento e la risposta materna avviene con l'offerta di cibo anche quando la richiesta è diversa, ecco che si innescano dei meccanismi di ricorso agli alimenti (che danno in ogni caso una sensazione di gradevolezza e di rilassamento più o meno duratura) che si protraggono nel corso degli anni e che ri-emergono quando l'ambiente e le situazioni personali diventano critiche.
Cosa può mangiare una persona che, pur avendo fame, non riesce ad inghiottire bene il cibo?
La difficoltà a mangiare viene definita col termine “disfagia” e può interessare solo alcuni tipi di alimenti (solo quelli liquidi o solo quelli solidi) o tutti (disfagia completa o globale).
Può comparire dopo interventi chirurgici o radioterapia a carico della zona capo-collo ed essere in tal caso, di solito, transitoria. Ma può svilupparsi anche in seguito a patologie vascolari cerebrali acute (il cosiddetto ictus cerebri) o croniche (insufficienza vascolare) o a malattie neurologiche demielinizzanti (sclerosi multipla o sclerosi laterale amiotrofica) ed in questi casi avere un andamento cronico. Anche la difficoltà masticatoria, a certi livelli, rientra tra le situazioni definibili come disfagia.
Se una persona che non riesce a deglutire in maniera adeguata si sforza, corre il rischio che il cibo le vada di traverso (imbocchi cioè le vie respiratorie anziché quelle digestive) e che possa andare incontro ad una polmonite (definita “polmonite ab ingestis” in quanto determinata da cibi ingeriti). Inoltre, se gli apporti alimentari sono ridotti per lunghi periodi, accanto al dimagrimento compaiono problemi di resistenza alle infezioni, fragilità cutanea con difficoltà alla cicatrizzazione di eventuali piaghe, disturbi neurologici ed ematici carenziali, … Si parla in tal caso di “malnutrizione” e dei suoi effetti.
I problemi disfagici si sviluppano in maniera diversa e richiedono una attenta valutazione, eseguita solitamente da personale specializzato (geriatri, fisiatri, nutrizionisti/dietologi, dietisti, infermieri professionali), per coglierne le modifche nel tempo ed adattare gli interventi.
Innanzi tutto occorre chiarire qual è la capacità residua di alimentarsi (eventualmente giovandosi della consulenza del fisiatra o del logopedista), per capire quali tipi di cibi possono essere consumati e quali sono sconsigliati.
Il secondo passo è definire quanto e cosa realmente mangia il soggetto, per delineare a quali carenze va incontro, di cosa realmente necessita da un punto di vista nutrizionale e come intervenire con alimenti o integratori.
Successivamente si proporranno diete orali specifiche (di tipo fluido o semiliquido se si tratta di disfagia per i solidi; con alimenti cremosi o solidi e con addensanti dei liquidi in caso di disfagia per i liquidi) più o meno accompagnate da integratori (anch'essi o liquidi o solidi) di vario genere: completi (= contenenti tutti i nutrienti in formulazione equilibrata) o modulari (= a base di soli carboidrati o di sole proteine).
Qualora la difficoltà ad alimentarsi sia severa occorrerà effettuare una nutrizione artificiale, in grado di fornire quanto necessita all'organismo, per prevenire o correggere le conseguenze di una malnutrizione. Si sceglierà una via di accesso venosa (periferica – nei vasi sanguigni degli arti – o centrale – solitamente in un grosso vaso del collo) o entrale (con una sonda naso-gastrica o con una stomia a livello dello stomaco). Tali tipi di nutrizioni possono agevolmente essere eseguite anche presso la propria abitazione e rientrano tra le metodiche previste dalle assistenze domiciliari.
La scelta di come intervenire in caso di disfagia richiede pertanto la collaborazione tra figure professionali diverse ed i pazienti ed i familiari che li seguono; varia da una situazione all'atra, richiedendo una marcata personalizzazione; ha come scopo quello di migliorare la qualità di vita dei soggetti che ne sono affetti e di ridurre i danni a cui potrebbero andare incontro.
Come ci si deve alimentare dopo un intervento chirurgico?
Non è possibile generalizzare un tipo unico di dieta per i diversi tipi di interventi chirurgici a cui si può essere sottoposti.
In linea di massima, le operazioni chirurgiche che non coinvolgono l'addome ed il tratto digestivo non richiedono alimentazioni particolari, al di là del fatto che vanno evitati i cibi elaborati e di difficoltosa digestione (in quanto sottraggono per tempi più lunghi del dovuto sangue alla circolazione generale).
Viceversa, gli interventi che coinvolgono l'apparato digerente comportano delle difficoltà più o meno accentuate a seconda del livello a cui si è operato, del tipo di intervento effettuato, della minore o maggior resezione di organi, dello stato di nutrizione pre-operatoria.
Gli interventi all'esofago (senza asportazione dello stomaco) richiedono pasti morbidi, senza cibi “ruvidi” o in grado di irritare le pareti, in bocconi di piccola dimensione. I cibi cremosi e fluidi sono quelli da preferire.
In caso di asportazione parziale o totale dello stomaco occorre frazionare i pasti in piccole porzioni da consumare più volte durante la giornata (inizialmente al massimo ogni 3 ore circa), per ridurre il senso di ripienezza precoce; i cibi debbono essere di facile digestione e poco elaborati e vanno masticati a lungo; vanno evitati gli alimenti zuccherini che, passando rapidamente nell'intestino, favoriscono fastidiose (e talvolta molto problematiche) distensioni intestinali e richiami di liquidi dal sangue ai visceri.
L'asportazione del colon, se parziale, non determina grandi inconvenienti: vanno controllati gli alimenti contenenti fibre (vegetali) che, a seconda dei casi andranno ridotte o aumentate. Se è, invece, tolto tutto il viscere le fibre vanno eliminate del tutto (utilizzare frutta e verdura sotto forma di centrifugati) in quanto favoriscono la diarrea che caratterizza questo tipo di intervento.
Gli interventi a carico delle ghiandole annesse all'apparato digerente (fegato e pancreas) comportano delle ripercussioni sulla capacità di digerire gli alimenti e richiedono diete specifiche, povere di grassi, con apporti proteici adeguati ma controllati, di facile digestione, prive di zuccheri semplici nel caso di asportazione del pancreas (si sviluppa una forma di diabete).
Solitamente i servizi dietetici degli ospedali presso cui si è ricoverati provvedono a fornire adeguate informazioni e schemi dietetici appropriati alla situazione clinica. In molti centri è anche possibile accedere, dopo la dimissione, a visite dietologiche specialistiche per eventuali difficoltà nella ripresa o nella prosecuzione dell'alimentazione orale.
Come ci si deve alimentare durante la gravidanza e l'allattamento?
Si tratta di due situazioni definite “para-fisiologiche”, cioè quasi normali, in quanto rappresentano due stadi della vita dei soggetti di sesso femminile per i quali esistono meccanismi adattativi dell'organismo. Le modifiche del metabolismo a cui va incontro una donna in questi periodi sono nello stesso tempo enormi e modeste, in quanto, se da un lato si innescano percorsi metabolici che consento letteralmente di “costruire” un nuovo essere vivente, dall'altro il tutto avviene con il minimo di spreco e, quindi, con un minimo di richieste aggiuntive.
È da tempo risaputo, infatti, che non occorre “mangiare per due” per portare a termine una gravidanza in maniera regolare e senza rischi nutrizionali per la mamma e per il bambino. Sono sufficienti apporti di poco superiori a quelli abituali (soprattutto di tipo proteico ed un poco anche energetico) per garantire i fabbisogni di una gravidanza regolare. Ciò significa non sovraccaricare l'organismo di sostanze che vanno digerite, metabolizzate, indirizzate dove occorrono e che, se in eccesso, vanno ad accumularsi dove non servono: nel tessuto adiposo e quindi nei chili in più da smaltire dopo! Non solo: gli eccessi di nutrienti possono favorire la comparsa di malattie nella madre durante la gravidanza, ma anche con la possibilità di protrarsi anche in seguito (il diabete gravidico, l'ipertensione e la gestosi) e possono danneggiare pure il feto.
Viceversa, occorre garantire un buon apporto di vitamine e sali minerali a partire, se possibile da prima del concepimento, per prevenire alcune malformazioni legate alla carenza di queste sostanze, che intervengono come co-agenti in molti processi enzimatici.
In sostanza, una alimentazione variata, non eccessiva, di facile digestione (cioè senza cibi molto elaborati o con condimenti abbondanti o molto cotti), ricca di alimenti vegetali, ben distribuita durante la giornata è in grado di garantire quanto occorre sia alla madre che al suo piccolo.
Una attenzione particolare, invece, va riservata ai piccoli, grandi disturbi che talora accompagnano questo periodo della vita: le nausee (evitare cibi speziati, i sapori forti, i liquidi abbondanti), il vomito (fare pasti piccoli e frequenti, assumere liquidi lontano dai cibi ed a piccole sorsate), la stipsi (consumare alimenti contenenti fibre, bere con regolarità).
Se non si hanno problemi digestivi si potrà continuare ad assumere anche alimenti dai sapori più forti: le sostanze aromatiche in essi contenuti passeranno nel liquido amniotico ed il bambino imparerà a “sentirle” (e potete stare tranquille che, se non le troverà di suo gradimento, vi farà capire con qualche capriola o calcetto che gli creano qualche disagio; viceversa, se le tollererà, avrà meno problemi nel caso le torniate a mangiare quando lo allatterete).
Durante l'allattamento servono invece apporti un po' più sostenuti (di alimenti proteici, energetici e liquidi: il latte è costituito soprattutto di acqua, proteine e grassi; richiede inoltre energia per essere prodotto). Anche in questo caso non si dovrà esagerare con la quantità dei cibi, mentre per i liquidi si potrà essere abbondanti: attenzione però alle bevande zuccherate o alcoliche (che fanno ingrassare la mamma e che passano nel latte).
Un altro aspetto da tenere in considerazione è rappresentato dal passaggio di sostanze dal sangue materno al latte: sia molecole aromatiche, sia farmaci, sia sostanze ad azione nervina possono così arrivare al poppante, con effetti diversi sul suo organismo e, sovente, con un rifiuto del seno da parte del bambino.