La bulimia è una patologia definita dall'assunzione di elevati quantitativi di cibo – spesso anche mal assortiti tra di loro – in tempi limitati, più o meno seguita da condotte eliminative. Si accompagna spesso a modifiche del tono dell'umore ed a profondi sensi di inadeguatezza o di scarsa auto-stima. Gli episodi sono sovente seguiti da spiccato senso di colpa e la loro frequenza deve essere altra e protratta per vari mesi per poter definire una tale situazione come "bulimia nervosa" (in analogia con l'"anoressia nervosa" di cui rappresenta una sorta di opposto). Chi è affetto da tale patologia molto spesso nasconde il suo problema a chi gli sta vicino e giunge a farsi aiutare solo dopo vari anni da che è esordito.

Viceversa, il comportamento descritto nel quesito è quello caratteristico del soggetto che consuma cibo – solitamente in quantità modeste ma ripetute – per noia, ansia, stress, abitudine. Si parla in questo caso di "alimentazione emotiva" o "alimentazione compulsiva", in grado di interferire sul peso e sulla sensazione di benessere, ma non necessariamente grave. Il cibo rappresenta, fin dalla nascita, il piacevole rifugio emotivo delle sensazioni indefinite che si provano.

Può trattarsi di fame, di bisogno di essere puliti, di senso di solitudine, di voglia di coccole, di dolore, … il bambino segnala il suo disagio col pianto e la madre gli risponde cercando di identificarne i bisogni. Se manca o è carente questo riconoscimento e la risposta materna avviene con l'offerta di cibo anche quando la richiesta è diversa, ecco che si innescano dei meccanismi di ricorso agli alimenti (che danno in ogni caso una sensazione di gradevolezza e di rilassamento più o meno duratura) che si protraggono nel corso degli anni e che ri-emergono quando l'ambiente e le situazioni personali diventano critiche.