Etichette salva allergieSecondo le stime ufficiali l'8% dei bambini di età inferiore ai 3 anni presenta qualche problema di allergia alimentare, mentre per gli adulti la quota oscilla dall'1 al 2%. La normativa che cerca di tutelare questa fascia di popolazione, ha trovato non pochi ostacoli, molti dei quali non sono stati ancora superati.
Con la direttiva 2003/89/CE, che entrerà in vigore il 25 novembre 2005, sarà obbligatorio indicare tutte le sostanze che il legislatore europeo considera allergeni e i loro derivati. L'elenco è necessario sia quando queste sostanze sono utilizzate deliberatamente come ingredienti, sia quando si trovano come residui nel prodotto, trascinate da altri ingredienti o da additivi, aromi, coadiuvanti tecnologici.
Dopo il varo della legge non sarà più possibile nascondere le sostanze allergizzanti, come accade adesso dietro il paravento di ingredienti complessi, ma diventerà obbligatorio citarle sempre e comunque. L'etichetta dovrà indicare tutte le sostanze allergizzanti utilizzate e i consumatori potranno così individuare con maggiore facilità i prodotti adatti alla loro dieta.
Ma c'è comunque un particolare che desta perplessità, infatti alcune aziende anziché verificare l'assenza di queste sostanze nelle materie prime e strutturare le linee in modo da evitare contaminazioni indirette durante la lavorazione, possono aggirare il problema aggiungendo all'etichetta la frase tipo: “Può contenere tracce di uova, soia, arachidi…” oppure “Prodotto in uno stabilimento dove si lavorano glutine, sesamo, latte…”; in modo da evitare di effettuare controlli sulle materie prime e sulle linee di produzione, scaricando così il problema sull'acquirente. La presenza di queste diciture rappresenta un limite perché le famiglie con la persona allergica non compreranno il prodotto, ma è altrettanto vero che il sistema semplifica la vita all'azienda.
Se oggi è difficile individuare cibi sicuri senza allergeni, visto le etichette incomplete, nei prossimi mesi il numero delle aziende tentate di utilizzare tale dicitura per adempiere alla norma di legge potrà aumentare. La dicitura dovrebbe essere, invece, utilizzata come ultima spiaggia incentivando la comunicazione tra l'industria e il consumatore affetto da allergia.
Tale scelta risulterebbe in contrasto con la normativa sulla sicurezza alimentare, che prevede l'obbligo di individuare i punti critici all'interno di un ciclo produttivo e di risolvere eventuali problemi di contaminazione. Dall'altra parte molte aziende ritengono questi controlli siano troppo costosi e questa dicitura potrebbe essere utilizzata in prevalenza da piccole-medio imprese o aziende artigiane dove non è possibile separare o moltiplicare le linee di produzione e dove pertanto non si può escludere il rischio di contaminazione incrociata tra una linea di produzione e l'altra.
Lista degli allergeni e prodotti derivati che dovranno essere riportati sull'etichetta dal 25 novembre 2005
- Cereali contenenti glutine
- Crostacei
- Uova
- Pesci
- Arachidi
- Soia
- Latte e lattosio
- Frutta con guscio
- Semi di sesamo
- Sedano
- Senape
- Anidride solforosa e solfiti a concentrazioni superiori a 10 mg/kg o a 10 mg/l espressi come SO2
A cura della Dott. Barbara Paolini
Meno sonno negli obesi
Secondo un articolo pubblicato sulla rivista “Archives of Internal Medicine” gli individui in soprappeso e obesi dormono meno rispetto agli individui con indice di massa corporea normale.
Il sonno insufficiente può provocare una eccessiva sonnolenza durante il giorno e un maggior rischio di infortuni sul lavoro e di incidenti automobilistici.
Sono stati studiati 1000 pazienti in cui è stato calcolato il tempo totale di sonno nelle 24 ore, mettendolo in relazione con l'indice di massa corporea (BMI).
I pazienti hanno compilato un questionario riguardante problemi medici, abitudini e disturbi del sonno.
Si è così evidenziato che il tempo totale di sonno calava con l'aumento del BMI; gli uomini dormivano in media 27 minuti in meno delle donne edpazienti in soprappeso e obesi dormivano meno di quelli con BMI normale.
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Diete a confronto
Nell'ambito della riduzione del rischio cardiovascolare sono state paragonate in uno studio statunitense pubblicato su JAMA 4 diete: Atkins (restrizione di carboidrati) , Ornish (restrizione lipidica), Weight Watchers (restrizione calorica) e Zone (sbilanciamento dei macronutrienti).
In maniera randomizzata 160 pazienti sono stati assegnati a una delle quattro diete e sono stati seguiti per un anno per valutare il livello di aderenza allo schema prescritto, l'effettiva riduzione del peso e dei fattori di rischio cardiovascolare.
I risultati sono stati piuttosto deludenti e senza differenze significative tra i gruppi; l'aderenza alla dieta oscillava mediamente tra il 50 e il 65% con riduzioni medie del peso corporeo variabili tra 2.1 e 3.3 Kg in un anno.
Per quanto concerne i fattori di rischio cardiovascolare presi in considerazione, il rapporto colesterolo LDL/HDL è migliorato in media del 10%, mentre nessun beneficio è stato evidenziato in termini di riduzione della pressione arteriosa e della glicemia.
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Giovani obesi a rischio
In una indagine pubblicata sul New England Medicine sono stati arruolati 400 ragazzi obesi di entrambi i sessi, un gruppo di coetanei in soprappeso e uno in normopeso per studiare la diffusione della sindrome metabolica.
Dallo studio è risultato che un ragazzo obeso dell'età di 12 anni ha una probabilità su due di divenire un candidato al diabete e alla cardiopatia ischemica. Infatti nei giovani obesi sono stati riscontrati livelli ematici elevati di fattori associati alla malattia cardiovascolare come proteina C e interleuchina 6 nonché riduzione dell'adiponectina che previene la formazione di placche ateromasiche.
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Donne e malattia cardiovascolare: Ruolo del diabeteLo studio più ampio e autorevole su questo argomento è rappresentato dall' UKPDS (United Kingdom Prospective Diabetes Study) che ha arruolato 1564 uomini e 1129 donne. In questo trial non randomizzato, la prognosi è risultata peggiore nelle donne.
Nel Nurses' Health Study sono state seguite 121046 donne per un periodo di 20 anni; il rischio di morte per cardiopatia ischemica in donne con diabete da almeno 15 anni era simile a quello osservato in soggetti con cardiopatia ischemica nota.
Dal momento che la maggior parte delle donne diabetiche svilupperà un disturbo cardiovascolare prima dei loro coetanei maschi è necessaria una strategia più attenta e incisiva.
L'American Diabetes Association (ADA) ha stabilito gli standard ottimali da raggiungere nel paziente diabetico:
- LDL colesterolemia inferiore a 100 mg/dl Trigliceridemia inferiore a 150 mg/dl Livelli ematici di HBA1c inferiori a 7% Pressione arteriosa fino a 130/80 mmHg
- Pressione arteriosa fino a 130/80 mmHg
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
WELLNESS: la cultura dello “stare bene”
L'ORTORESSIA: nuova malattia
Da un'indagine della Datamonitor, pubblicata su “ Le scelte del consumatore”, che ha coinvolto un campione rappresentativo di sette Paesi, compresa l'Italia,si è rilevato, impietosamente, che gli Europei che tentano una qualche forma di “dieta” sono spendaccioni e inconcludenti ed appena uno su cento riesce a portarla a termine con successo. Chi è responsabile?
Secondo lo studio, una grossa responsabilità l'avrebbero le industrie di prodotti dietetici colpevoli di alimentare false speranze da parte dei consumatori, ma che,nonostante tutto, a giudicare dai numeri,fanno affari d'oro. Infatti, in Europa sono oltre 100 i miliardi di euro spesi annualmente per l'acquisto di questi prodotti, di cui oltre 14 miliardi sono appannaggio degli Italiani.
La radice del problema, sottolineano gli esperti, è nel messaggio che le industrie mandano ( o, per meglio dire, non mandano) ai consumatori.
Le aziende dovrebbero spiegare che per dimagrire non è sufficiente affidarsi a prodotti di basso contenuto calorico per un paio di mesi, ma è necessario un cambiamento radicale dello stile di vita e che la dieta,da sola, non è una soluzione a lungo termine al soprappeso.
Anche i consumatori, se pur bombardati da messaggi pubblicitari spesso “ingannevoli”, hanno però le loro colpe. Infatti, il numero di coloro che riescono a perdere peso e che conservano il risultato ottenutoterribilmente basso e questo semplice dato dovrebbe indurli ad essere meno “creduloni”. E invece no.La maggior parte di quanti, fallita la strada della ”dieta”,decidono ostinatamente di non mollare, cominciano a sperimentarestrade alternative. Ed ecco allora che entrano in scena le pillole dimagranti, prodotti antifame preparati su misura in farmacia, oppure importati clandestinamente da paesi dove possono circolare.. Procurarsele è semplice a volte, non serve neanche la ricetta, anche se ve ne sono di pericolose per la salute.
Altro discorso sono gli integratori dimagranti; pur promettendo risultati importanti per la riduzione del peso, la loro reale efficacia è estremamente scarsa. Per conquistare il cliente, spesso nella pubblicità viene aggiunta la dicitura “venduto in farmacia”, mentre invece si trovano facilmente anche negli scaffali delle erboristerie.
Chi deve perdere peso accetti di mangiare un po' di meno, cambi stile di vita, faccia attività fisica.
Il raggiungimento del benessere psico-fisico attraverso una attività fisica regolare, una giusta alimentazione e un approccio mentale positivo costituisce ormai una dottrina, chiamata wellness, che si è trasformata in una industria vera e propria.
Oggi, secondo le statistiche, nel nostro Paese ci sono oltre 17 milioni di persone che praticano sport più o meno saltuariamente e altri 8 milioni sono frequentatori fissi delle 12500 palestre, 5000 piscine e 150000 impianti sportivi pubblici. Senza contare che attività sportive sono praticabili anche all'interno di strutture quali circoli di tennis, i golf club e negli alberghi.
Operatori del settore assicurano che siamo solo agli inizi, poiché, affermano, si è sempre più consapevoli che il “vivere bene” attraverso il giusto mix di attività fisica e alimentazione equilibrata contribuisce a prevenire le patologie, favorendo di conseguenza l'abbassamento della spesa sanitaria, l'incremento della produttività e il raggiungimento del benessere.
Anche le aziende si sono convertite a questo nuovo stile di vita promuovendo per i propri dipendenti “vie del benessere” restando in ufficio.
“L'ultima moda”arrivata dagli stati uniti D'America è la palestra aziendale, arricchita da saune, bagni turchi e spazi ricreativi.
In quel paese più dell'81% delle aziende con almeno 50 dipendenti hanno adottato programmi per il miglioramento della salute.
Migliori condizioni cardiovascolari, flessibilità articolare e mantenimento o conquista di un peso accettabile rappresentano solo alcuni dei vantaggi per il benessere fisico del dipendente che pratica fitness in ufficio. E per chi on può utilizzare queste offerte e benessere, per salvaguardare la propria salute si può praticare il fitwalking, ossia la camminata sportiva: non una semplice passeggiata, ma un passo energico e sostenuto. Un'attività come questa è benefica per l'apparato cardiovascolare, ma camminare di buon passo, presenta altri vantaggi: aiuta a combattere il soprappeso, riduce il rischio di osteoporosi e di conseguenza il rischio di fratture. Iquesta rincorsa al salutismo, si inserisce l'ortoressia, ultima arrivata dei disturbi dell'alimentazione che si esprime con una ossessione maniacale per una alimentazione sana e salutistica.
Di questa nuova patologia parla lo studioso americano Steve Bratman, il quale dichiara: “tutti sanno che il mangiare sano fa bene, ma un sorprendente numero di persone ha cominciato a farlo in modo ossessivo. Ed è qui che comincia la malattia”.
A suo dire, l'ortoressia rischia di diventare un vero disturbo psicosociale proprio come l'anoressia e la bulimia, i disturbi dell'alimentazione più conosciuti e studiati.
Gli ortoressici focalizzano la propria attenzione maniacale sulla qualità del cibo che mangiano. Spesso l'ossessione di mangiare sano spinge queste persone ad adottare una dieta sempre più rigida fino all'eliminazione di gruppi essenziali di cibi, a discapito di una alimentazione equilibrata. Avitaminosi, osteoporosi, sono alcune delle malattie alle quali si espongono gli ortoressici provocate dalla eliminazione drastica di elementi nutrizionali fondamentali all'organismo.
Sono stati individuati alcuni sintomi tipici di questa patologia: pianificare meticolosamente ogni menù, spendere più di tre ore al giorno per pensare al cibo e a cosa si mangerà nei giorni successivi, evitare di mangiare fuori i casa per paura di essere costretti ad ingerire cibi non corretti sottrarsi al cibo che piace per ripiegare su quello ritenuto “giusto”, avere il controllo di se stessi solo se ci si nutre nel modo ritenuto “adeguato” alle proprie condizioni.
Sembra che una delle cause scatenanti di questo comportamento sia da attribuire ad alcune diete, oggi tra le più diffuse fondate su precise limitazioni alimentari, come quella vegetariana, iperproteica, vegana, zona e perfino mediterranea.
A cura del Dott. Massimo Vincenzi
Mondo vegetarianoIl primo novembre si è svolta la giornata vegana, dedicata a coloro che evitano non solo carne e pesce ma tutti gli alimenti, gli abiti, le calzature e gli accessori di origine animale a cui a fatto seguito la settimana dopo il 36° congresso mondiale vegetariano tenutosi a Florianopolis in Brasile.
In Italia, secondo i dati emersi da un'indagine condotta recentemente dall'ACI Nielsen su un campione di 17.000 persone, i vegetariani veri e propri, quelli cioè che ammettono anche latte e uova nella dieta, sarebbero il 9.5% della popolazione, mentre i vegani che potremmo definire “gli integralisti”, supererebbero di poco l'1%.
Queste cifre sono molto più alte della stima che nel 2002 aveva elaborato l'Eurispes che indicava in poco meno di 3 milioni la consistenza della popolazione vegetariana in Italia. Questo dato confermava già la tendenza a una rapida crescita del fenomeno: i vegetariani che erano un milione e mezzo nel 1999, potrebbero diventare circa 7 milioni nel 2010.
Nel 1952 è stata fondata l'Associazione Vegetariana Italiana (AVI) che ha iniziato negli ultimi tempi una raccolta di firme per chiedere a deputati e senatori di proporre una legge che garantisca ai vegetariani la possibilità di mangiare nelle mense pubbliche.
Sono sempre di più i genitori che si rivolgono all'AVI perché le mense scolastiche non offrono ai loro figli alcuna alternativa alla carne.
Tuttavia esistono già molte aziende che producono pasti confezionati come ad esempio hamburger vegetariani o pietanze a base di setan o tofu.
E' frutto di un accordo tra AVI e una società di Autogrill la messa in vendita in alcune aree di servizio autostradali del panino “Ischia” a base di pomodori, verdure grigliate, lattuga e salsa di asparagi. Oltre al panino vegetariano i ristoranti Ciao, sempre della catena Autogrill, offrono di piatti contrassegnati con il simbolo dell'AVI, una “V” verde con un germoglio a una delle estremità, c'è anche la parola “vegan” se il prodotto non contiene alcun derivato animale.
La “V” si sta diffondendo anche nei supermercati: il marchio dell'AVI compare già su circa 500 prodotti.
I vegani, che hanno un atteggiamento, più estremizzato, hanno deciso di adottare un marchio tutto loro riconosciuto a livello internazionale. Seguono diete vegane atleti con Martina Navratilova, Carl Lewis, o artisti tipo Moby.
Negli Stati Uniti i vegetariani sono più di dieci milioni e i vegani circa due milioni e mezzo; secondo un'inchiesta pubblicata lo scorso settembre dal settimanale economico Forbes, negli USA le vendite di cibi vegetariani sono raddoppiate rispetto al 1998, raggiungendo nel 2003 quota un miliardo e seicento milioni di dollari. Non solo da qui al 2008 è previsto un incremento del giro d'affari pari al 61%.
I colossi americani della tavola si stanno attrezzando per sfruttare la tendenza: Kraft, Kellog, General Mills, sono solo alcuni dei gruppi che negli ultimi mesi hanno acquisito piccole aziende specializzate in cibo vegetariano o lanciato linee specifiche per chi non mangia carne e pesce. In Italia la Barilla ha collaborato con l'AVI per redigere una guida ai ristoranti Animal-Free d'Italia.
D'altra parte la pasta è uno dei piatti forti dei vegetariani di casa nostra. La medicina ufficiale, ha in passato espresso molti dubbi sulle diete vegetariane, ma lo scorso anno l'American Dietetic Association (ADA) ha dettato le linee guida per una corretta alimentazione vegetariana che “se pianificata correttamente può essere salutare, adeguata dal punto di vista nutritivo e di aiuto nella prevenzione e nella cura di alcune patologie”.
Lo studio pubblicato a luglio da un team di medici statunitensi guidati da Neal D. Barnard ha dimostrato che pazienti in sovrappeso e con seri problemi cardiovascolari hanno tratto beneficio da una dieta vegetariana in termini di perdita di peso, riduzione di valori pressori, e abbassamento dei livelli di colesterolo.
La dieta vegetariana e ancora di più la dieta vegana, hanno contenuto ridotto di ferro, calcio e vitamina B12; il pasto vegano è meno calorico, meno ricco in proteine e più ricco in carboidrati e vitamina C, forse le vitamine animali non sono indispensabili ed esiste una sola certezza: bisogna evitare qualsiasi tipo di eccesso.
Ancora oggi è verosimile che il gold standard dell'alimentazione sia rappresentato dalla sempre valida Dieta Mediterranea.
| Comportamento | Cibi permessi | Cibi esclusi | Parere |
| Semivegetariano | Vegetali, cereali, legumi, latte e derivati, uova e occasionalmente pesce e pollame | Carni rosse | Buono |
| Pesce-vegetariano | Vegetali, cereali, legumi, latte e derivati, uova e occasionalmente pesce | Tutte le carni animali eccetto il pesce | Abbastanza buono |
| Latto-ovovegetariano | Vegetali, cereali, legumi, latte e derivati, uova e miele | Tutte le carni | Quasi Buono |
| Vegetariano-vegetale | Vegetali, cereali, legumi | Carni, latte e derivati, miele e tutti gli alimenti di origine animale | Insufficiente |
| Fruttariano | Frutta secca, fresca e frutti di bosco | Alimenti di origine animale, cereali, ortaggi | Pericoloso |
A cura del Dott. Massimo Vincenzi
LEPTINA: suo ruolo nell'anoressia nervosa
Nel 1994 la scoperta della leptina ha modificato le nostre conoscenze sul tessuto adiposo visto non più come un deposito inerte di energia ma come un vero e proprio organo endocrino che produce ormoni metabolicamente attivi.
La leptinaviene identificata come quell' ormone la cui mancanza determina obesità nel topo ob/ob.
Sebbene inizialmente fosse molto accredita l'idea che la leptina potesse giocare un ruolo importante nella patofisiologia e di conseguenza nel trattamento dell'obesità, i primi studi effettuati hanno dimostrato che l'obesità umananon è associata con un deficit di leptinadovuta ad un difetto del gene della leptina, cosa d'altronde non sorprendente nell'ottica della complessa e multifattoriale genesi dell'obesità.
E' stato invece dimostrato come la leptina possa avere un ruolo nell'adattamento neuroendocrino al digiuno e quindi in tutte quelle condizioni caratterizzate da una ridotta introduzione energetica come ad esempio l'anoressia nervosa.
Le condizioni di privazione energetica determinano modificazioni dell'asse neuroendocrinocome pure bassi livelli di leptina, cosa che fa ipotizzare che la caduta della concentrazione della leptina possa mediare la risposta neuroendocrina al digiuno.
Gli studi di Mantzoros hanno evidenziato che le basse concentrazioni di leptina sono importanti nel segnalare un deficit energetico all' asse ipotalamico-ipofisario, mentre alte concentrazioni di leptina nell'obesità sono associatecon la comparsa di resistenza all'effetto catabolico della leptinamediato dalla soppressione dell'appetito e dall'incremento del dispendio energetico.
Nell'anoressia nervosa le concentrazione seriche di leptinasono più basse che nei soggetti normopeso come risultato delladiminuzione del peso corporeo e della massa grassa, con, sorprendentemente, una ridotta variazione diurna delle concentrazioni di leptina.
Inoltre, i pazienti con anoressia nervosa hanno concentrazioni più basse di leptina nel liquido cerebrospinale e un rapporto più alto fra leptina del fluido cerebrospinale e leptina plasmatica rispetto a soggetti sani.
Altro dato interessante è che i recettori per la leptina solubile sono aumentati nei pazienti con anoressia, risultando in un più basso indice per la leptina libera , suggerendo un ruolo per le proteine leganti la leptina nella regolazione dell'omeostasi energetica.
Le concentrazioni di recettori per leptina solubile aumentano durante il refeeding in molti studi, ma non in tutti.
Il trattamento nutrizionale dell'anoressia nervosa determina un incremento dei livelli serici di leptina non appena il peso viene recuperato.
Le concentrazioni di leptina nel liquido cerebrospinale aumentano sino a divenire normali durante il trattamento nutrizionale, ma l'incremento avviene prima che il peso sia ritornato a valori “normali”, suggerendo un possibile meccanismo per la resistenza al guadagno ponderale.
L'aumento della leptina con la terapia dietetica correla sostanzialmente con l'incremento delle gonadotropine fino al picco gonadotropinico, indicando che l'aumento della leptina in risposta alla crescita ponderale può attivare l'assse ipotalamico- ipofisario- gonadico.
Sebbene pazienti con anoressia nervosa possano recuperare peso , questo guadagno ponderale non sempre è associato con la ricomparsa del ciclo mestruale.
Un aumento dell'indice di leptina libera , comunque, è associato con la ricomparsa del ciclo mestruale , ma noncon recupero ponderale solamente.
Poiché le concentrazioni di leptina possono essere similari in donne con anoressia nervosa sia amenorroiche che eumenorroiche , è stato suggerito che la leptina è un segnale necessario, ma non sufficiente per il recupero della funzione mestruale.
Il cardine del trattamento per donne con anoressia nervosa rimane la terapia nutrizionale con ripristino di un adeguato peso e indice di massa corporea, che potrebbero determinare un aumento delle concentrazioni della leptina endogena, e la somministrazione di estrogeni.
Il tempo necessario per il recupero del peso corporeo dopo terapia nutrizionale può essere comunque sostanziale; l'efficacia sul lungo termine di questo trattamento deve essere ancora completamente valutata.
Inoltre, le pazienti con anoressia nervosa che riguadagnano peso, possono rimanere amenorroiche per qualche tempo e possono avere difficoltà a mantenere il peso recuperato.
Sono necessari ulteriori studi per definire se la somministrazione di leptina umana ricombinante (r-metHuLeptin) per evitare la perdita di peso in donne con anoressia nervosa che hanno riguadagnato peso ma rimangono amenorroiche, possa avere il medesimo effetto benefico riscontrato nell'amenorrea indotta dall'esercizio fisico o nell'amenorrea funzionale ipotalamica.
L'osteoporosi è una complicazione molto comune nell'anoressia nervosa , interessando più del 50% delle donne affette da questa patologia.
Le cause della perdita di massa ossea in donne con anoressia nervosa può non essere correlata solamente al deficit di estrogeni ma anche ad altre anormalità ormonalitra cui le basse concentrazioni di leptina.
Numerosi studi hanno dimostrato che la leptina stimola direttamente l'accrescimento osseo in vitro ed aumenta la densità ossea in animali con deficit di leptina.
In donne con anoressia nervosa e amenorrea, la terapia estrogenica non previene la progressiva osteopenia, sebbene la combinazione di IGF-1 ed estrogeni risulti in un miglioramento del 2.8% della densità osseaa livello della spina lombare.
Anche in questo caso la somministrazione di r-metHuLeptin potrebbe essere il trattamento più appropriato e benefico per migliorare la bassa densità dell'osso, correggendo la sottostante patofisiologia.
BIBLIOGRAFIA
Calandra C, Musso F, Musso R. The role of leptin in etiopathogenesis of anorexia nervosa e bulimia.
Eat Weight Disord 2003; 8: 130-37;
Chan JL, Mantzoros C. Role of leptin in energy-deprivation states: normal human physiology and clinical implication for hypothalamic amenorrhea and anorexia nervosa.
Lancet 2005; 366: 74-85;
Mehler PS. Osteoporosis in anorexia nervosa: prevention and treatment.
Int J Eat Disord 2003; 33: 113-126.
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Apporti di calcio in pazienti con intolleranza al lattosio, presunta e accertata
E' stato valutato l'apporto di calcio, e le supplementazioni in pazienti con intolleranza al lattosio diagnosticata solo attraverso i, con i sintomi dai pazienti stessi e da medici.
L'apporto di calcio con gli alimenti è stato stimato utilizzando un questionario di frequenza del cibo, inviato per posta.
Il 54% ha fatto autodiagnosi di intolleranza al lattosio. Nel 42% era stata diagnosticata da un medico, solo il 10% era stata diagnosticata attraverso test.
L'intake di calcio stimato con il cibo è di 591+/-382 mg/die; tale apporto non è diverso tra quelli che avevano fatto autodiagnosi o avevano la diagnosi del medico. Solo l'11.5% dei soggetti assumeva un'intake adeguato di calcio con il cibo.
I supplementi di calcio sono stati utilizzati dal 65% dei soggetti.
La presunta intolleranza al lattosio richiede maggiori informazioni per i pazienti e per il medico stesso in modo da permettere di raggiungere un'intake adeguato di calcio attraverso gli alimenti e eventualmente attraverso una supplementazione.
J AM Coll Nutr 2005; Feb 24(1):51-7
Analisi di risultati di perdita di peso utilizzando diete VLCD in donne di razza bianca e nera in sovrappeso con e senza sindrome metabolica
E' stata osservata l'efficacia di diete VLCD in 304 donne obese di razza bianca e nera attraverso le variazioni di peso, il profilo metabolico e la composizione corporea.
Le pazienti volontarie arruolate da una struttura universitaria hanno seguito un programma di perdita di peso esterno. Tutte seguivano diete VLCD (di 500-800 Cal/giorno), un programma di esercizi e di counseling. Sia i soggetti di razza bianca che nera erano eguagliati per età, peso, indice di massa corporea e sindrome metabolica.
Il 40% delle donne bianche e nere aveva sindrome metabolica.
Dopo 12 settimane, la riduzione di peso è stata del 9.97% nelle donne bianche e del 9,02% nelle nere. Il cambiamento di peso non era diverso tra i gruppi (P = 0.244).
I parametri metabolici di glucosio, colesterolo totale, LDL, trigliceridi e pressione (tutto P<0.01) sono migliorati; tuttavia, non è stata vista alcuna differenza fra i due gruppi .
I soggetti con sindrome metabolica avevano all'inizio un peso, valori pressori, glicemia e trigliceridi più alti, rispetto a pazienti senza sindrome metabolica.
Le riduzioni significative della % di grasso corporeo sono state osservate sia nelle pazienti di razza bianca che di razza nera, indipendentemente dallo stato di sindrome metabolica.
Ciò potrebbe suggerire che le differenze viste rispetto a studi passati possano essere influenzate da fattori socioeconomici e ambientali piuttosto che differenze di risposta fisiologica alla dieta.
Int J Obes Relat Metab Disord. 2005 Feb 15
Supplementazione di olio di oliva e di pesce in pazienti con Artrite Reumatoide
Sono stati studiati tre gruppi di pazienti al primo è stato somministrato un placebo di olio di soia, al secondo gruppo è assumeva olio di pesce (omega 3) e il terzo gruppo assumeva olio di pesce (omega 3) e olio di oliva.
I pazienti sono stati controllati dopo 12 e 24 settimane, e variazioni significative del secondo e del terzo gruppo rispetto al primo per ridotto dolore, minore rigidità alle articolazioni, minore fatica e minore abilità dopo 12 e 24 settimane. Lo studio evidenzia un miglioramento in entrambi i gruppi, ma questo è maggiore quando la supplementazione con omega 3 è accompagnata anche da olio di oliva.
Nutrition. 2005 Feb;21(2):131-6.
L'impatto dell'obesità materna, a metà trimestre sulla visione con ultrasuoni sulle strutture craniospinali e cardiache del feto
Sono state confrontate gestanti obese, alla 14 e 23 settimana con ultrasuoni, per identificare la visualizzazione subottimale delle strutture craniospinali e cardiache del feto.
Sono state divise in quattro gruppi: non obese (BMI<30), obese (BMI <35), obesità II (BMI <40) e obesità estrema (BMI >40).
La visione subottimale diminuisce nelle donne non obese e obese con l'aumento dell'età gestazionale, inoltre le gestanti obese (tutte e tre le categorie) hanno mostrato un'associazione con la ridotta visione subottimale delle strutture fetali craniospinali e cardiache confrontate con donne non obese.
L'età gestazionale ottimale per la visualizzazione dell'anatomia craniospinale e cardiaca fetale in gestanti obese potrebbe essere buona nelle pazienti obese dopo la 18 settimana.
Int J Obes Relat Metab Disord 2004 dec;28(12): 1607-1611
Confronto tra bassi carboidrati restrizione energetica e bassi grassi sulla perdita di peso e la composizione corporea in uomini e donne in sovrappeso
E' stata confrontata l'effetto di una dieta chetogenetica, con bassi grassi, e bassi carboidrati e ridotta energia sulla perdita di peso, la composizione corporea, distribuzione di grasso sul tronco e il dispendio energetico a riposo negli uomini e nelle donne in sovrappeso.
Sono state prescritte due diete, di cui una con carboidrati pari al 10% (C 9%, L 63% P 28%) e l'altre bassi grassi (C 58%, L 22%, P 20%).
I risultati hanno mostrato che la dieta chetogenetica comparata con la dieta povera di grassi sono diversi. Tra le due si è mostrato un vantaggio nella dieta chetogenica per la perdita di peso, la perdita totale di grassi e nel tronco. La maggior parte delle donne risponde meglio alla dieta chetogenica, specialmente in termini di perdita di grassi nel tronco.
Nutr Metab 2004 nov8;1(1):13
A cura di Dott. Barbara Paolini
Effetto acuto delle proteine sull'appetito, sull'intake energetico e sulla risposta glicemica in uomini in sovrappeso
Le proteine si pensano essere il macronutriente con il potere saziante maggiore. Non è chiaro se la qualità delle proteine influisce sull'intake energetico e sull'appetito.
E' stato studiato il ruolo delle proteine della caseina e del siero di latte, relativamente all'alto e al basso indice glicemico di carboidrati (glucosio e lattosio, rispettivamente) sulla riposta all'appetito, all'intake energetico e alla glicemia.
Diciotto uomini in sovrappeso con ridotta tolleranza ai carboidrati hanno assunto a colazione un preparato liquido di 50 g di proteine del siero di latte, caseinato del calcio, lattosio o glucosio) ed hanno assunto un pasto libero tre ore dopo.
I preparati sono stati somministrati singolarmente con scelta casuale e sono stati separati da un intervallo di sette giorni.
L'intake energetico, valutazioni dell'appetito (VAS) e la misurazione postprandiale del glucosio e dell'insulina sono stati misurati a 0, 15, 30, 45, 60, 90, 120 e 180 minuti dopo l'assunzione dei preparati.
C'era una lieve tendenza più bassa all'intake energetico a pranzo dopo l'assunzione del preparato di siero di latte rispetto a quello della caseina, del lattosio e del glucosio.
Le valutazioni della scala di sazietà, di fame, e di desiderio mangiare non erano differenti fra i preparati.
La glicemia postprandiale era significativamente più bassa dopo l'assunzione dei preparati di siero di latte e di caseina rispetto ai preparati con i carboidrati di base, la risposta dell'insulina era simile.
L'intake energetico e l'appetito non sono sostanzialmente influenzati dal consumo di preparati di caseina e del siero di latte. Similmente, l'intake energetico, l'appetito non sono influenzati da preparati base di proteine o carboidrati, nonostante le risposte differenti della glicemia postprandiale.
Asia Pac J Clin Nutr. 2004;13(Suppl):S64
Barbara Paolini Rosalba Mattei,
Rischio di patologia vascolare in adulti con diagnosi di Malattia Celiaca
Soggetti con malattia celiaca hanno un maggiore rischio di sviluppare potenziali patologie quali l'osteoporosi e malattie neoplastiche del piccolo intestino. In contrapposizione, alcuni studi hanno evidenziato in questi soggetti un possibile ruolo protettivo per certe patologie.
La mortalità per patologia vascolare risulta ridotta nei soggetti con malattia celiaca.
Whorwell et al. hanno evidenziato una riduzione di morte del 40%, per malattia ischemica in persone con diagnosi di malattia celiaca.
Sono stati studiati possibili associazioni tra malattia celiaca e rischio di ipertensione, ipercolesterolemia, fibrillazione atriale, rischio di infarto del miocardio e stroke.
E' stato evidenziato un maggior sottopeso nel gruppo dei celiaci rispetto al gruppo di controllo (4,3% vs 1,1%), minore anche l'ipertensione (11% vs 15%), e l'ipercolesterolemia (3% vs 4,8%); si è mostrato inoltre un decremento del 15% del rischio di infarto del miocardio rispetto al gruppo di controllo.
Esile l'incremento di rischio di fibrillazione striale e dello stroke quest'ultimo influenzato anche, dalla presenza o assenza di ipertensione.
Molte variabili possono influire sui risultati; in primis i soggetti con malattia celiaca hanno un maggiore controllo medico rispetto al gruppo di controllo che, presentandosi apparentemente “in buona salute”, si sottopone meno a controlli medici; questo potrebbe determinare una sottostima del rischio di stroke e di fibrillazione.
Altra variabile importante è la mancanza di dati in merito allo stato socio-economico del gruppo di controllo, poiché gli adulti con malattia celiaca risultano appartenere nella maggioranza dei casi a un gruppo di alta estrazione socio-economica, cosa che potrebbe spiegare la minore incidenza di malattie cardiovascolari.
Queste valutazioni sono interessanti, in considerazione del fatto che il trattamento con una dieta priva di glutine migliora l'assorbimento intestinale; la colesterolemia dovrebbe di conseguenza aumentare e ciò potrebbe attenuarne l'effetto protettivo sul rischio cardiovascolare; la relazione è ancora più complessa in considerazione del fatto che i livelli di omocisteina nel plasma restano alti nella malattia celiaca trattata, anche dopo anni di esclusione dal glutine.
Con ridotti valori pressori, IMC basso o nella norma, livelli di colesterolo sostanzialmente non molto elevati, è sorprendente trovare un rapporto differente fra stroke e infarto miocardico. Una spiegazione potrebbe essere data dalla alta prevalenza di cardiomiopatia idiopatica nella malattia celiaca; ciò suggerisce che l'aumento del meccanismo di rischio potrebbe essere di tipo aritmogenico o tromboembolico. Alternativamente, di recente è stato postulato che il glutine potrebbe giocare un ruolo neurotossico importante nella genesi dello stroke.
Alimentary Pharmacology e Therapeutics; 2004; 20 (1) July(73-79)
A cura di Barbara Paolini, Rosalba Mattei
Il consumo a lungo termine di latti per l'infanzia contenenti probiotici sono tollerati e sicuri
L'uso di probiotici è stato inserito nella dieta solo recentemente, per i loro effetti benefici soprattutto in alcune patologie come nella diarrea da Clostridium o da antibiotici e da intolleranze.
Qualora aggiunti ai latti di formula hanno effetti benefici e sopravvivono in numero sufficiente per influenzare il metabolismo microbico intestinale.
Tuttavia la tolleranza e la sicurezza nel lungo tempo di un consumo di specifici tipi di famiglie e di batteri prebiotici non è ancora ben documentata.
Sono stati studiati bambini sani di età da 3 a 24 mesi per un periodo di 18 mesi, ai quali stono state date supplementazioni al latte con una formula a concentrazione alta, una a concentrazione bassa e una formula senza supplementazione di Bifidobacterium lactis e di Streptococcus thermophilis.
Le formule supplementate erano ben tollerate e determinavano un significativo miglioramento delle coliche gassose o dell'irritabilità dei neonati rispetto a quelle non supplementate, inoltre, la frequenza di utilizzo degli antibiotici era minore in quelli supplementari rispetto ai placebo.
Ridotta anche l'incidenza della diarrea e delle infezioni da rotavirus; evidenziati effetti benefici anche nei casi di intolleranza al lattosio.
Nessuna differenza per quanto riguarda la consistenza delle feci, il vomito o innalzamento della temperatura corporea.
L'uso di questi latti oltre ad essere ben tollerato dai neonati, veniva ben accettato anche dai genitori, nella considerazione di una migliore crescita per i propri figli.
Am J Clin Nutr 2004; 79:261-7
Recensito da Barbara Paolini e Rosalba Mattei
“IL PESO DELL'AUTUNNO”
Con l'arrivo del freddo abbiamo l'impressione che la tavola ci attiri di più. Ma è solo un impressione o è realtà? E se è vero, quanto di questo bisogno di mangiare di più risponde a reali esigenze del nostro organismo?
Uno studio americano pubblicato dall'European Journal of Clinical Nutrition cerca di rispondere alla domanda. Per un periodo di un anno sono stati seguiti 600 adulti e si è osservato che effettivamente l'autunno era il periodo in cui si introducevano più grassi e calorie. Queste ultime erano circa 90 in più al giorno rispetto alla primavera con un picco a novembre. L'inverno era la stagione in cui il peso risultava più alto e l'attività fisica raggiungeva i livelli più bassi; in media, riducendo il movimento, si consumavano 60 calorie al giorno in meno rispetto alla primavera. E circa 150 calorie in meno al giorno significano mezzo chilo in più al mese.
Il fatto che in autunno si mangi di più può trovare una sua spiegazione in uno studio pubblicato dal Journal of Biological Chemistry in cui si è osservato che in topi da esperimento, in cui il grasso bruno non poteva svolgere funzioni termogenetiche, se esposti a basse temperature, il tessuto adiposo bianco, che in genere funge da riserva di grassi, cominciava a fare le veci di quello bruno, utilizzando i grassi per produrre calore
Questo significa che quando fa freddo, la produzione di calore diventa una priorità assoluta e l'organismo incrementa il consumo di grassi per assolvere a questa funzione. Nei paesi industrializzati in cui l'esposizione al freddo è limitata, i grassi, che comunque vengono introdotti in maggiore quantità, non vengono utilizzati per produrre calore e pertanto si accumulano nei depositi adiposi. Probabilmente anche il fatto che in autunno aumentino le ore al buio della giornata ha un effetto negativo, inducendo modificazioni sia sui circuiti cerebrali che sugli organi periferici con un incremento della quota calorica introdotta.
Pertanto, è importante concedersi le giuste ore di sonno, perché è risaputo che la riduzione del sonno può avere un impatto negativo sulla secrezione di ormoni che regolano l'appetito e la spesa energetica. Va mantenuto uno stile di vita attivo ed è necessario prestare particolare attenzione alla scelta dei piatti autunnali.
La polenta, ad esempio, è meno pericolosa di quanto si pensi; una porzione media (80 gr di farina di mais) apporta le stesse calorie di 80 gr di pasta, ma le calorie possono triplicare se la polenta viene condita con formaggio e burro fuso.
Le castagne non sono molto caloriche (165 calorie circa per 100 gr), ma il guaio è che si tende ad aggiungerle a tutto il resto.
La zucca con sole 18 calorie per 100 gr può essere tranquillamente consumata sia da sola che nei risotti, fornendo inoltre una buona quota di beta carotene.
Il maiale va utilizzato preferibilmente nelle sue parti magre e non sotto forma di cotechini e zamponi.
Cavoli, broccoli e verze hanno poche calorie e sono ricchi di istiocianati che hanno effetto
antitumorale.
DRINK TROPPO ENERGY
Attenzione agli energy drink introdotti dai ragazzi! Se consumati in eccesso possono dare intossicazione da caffeina. Il Centro Antiveleni dell'Università di Chicago ha registrato negli ultimi tre anni 265 casi di overdose da caffeina, per il 12% dei quali si è reso necessario un ricovero ospedaliero. Oltre agli eccitanti è necessario prestare attenzione anche all'eccesso di zucchero: sette cucchiaini a lattina
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Rischio tumore da fritti e cibi troppo cotti
L'acrilamide, una sostanza che si sprigiona quando i grassi friggono, tostano o cuociono al forno, fa aumentare il rischio di sviluppare un cancro dell'ovaio o dell'utero. Uno studio olandese pubblicato dalla rivista specializzata "Cancer Epidemiology, Biomarkers and Prevention" ha seguito le abitudini alimentari di 120.000 persone, la metà delle quali erano donne e ha stabilito una relazione diretta tra consumo di acrilamide e cancro. I volontari sono stati seguiti per 11 anni; in questo periodo 327 donne hanno sviluppato un cancro endometriale, a 300 è stato diagnosticato un cancro dell'ovaio, mentre 1835 hanno sviluppato un cancro al seno. Gli esperti dell'Università di Maastrich hanno scoperto che le donne che avevano consumato una media giornaliera di 40 milligrammi di acrilamide (l'equivalente di un pacchetto di 32 grammi di patatine fritte) avevano il doppio delle probabilità di sviluppare un cancro dell'utero o dell'ovaio. Al contrario non è stato possibile documentare alcuna relazione tra il consumo di questa sostanza e il cancro al seno. L'acrilamide è contenuta nei fritti, nelle carni arrosto, nelle patatine fritte e croccanti e in una serie di prodotti soffriti o cucinati come il pane e i cereali della prima colazione, i biscotti caramellati, il caffè.
E' praticamente impossibile eliminare la sostanza chimica dalla nostra alimentazione; il consiglio degli esperti è di consumare più frutta e verdura, alimenti cucinati in casa (che normalmente contengono minori quantità di acrilamide rispetto a quelli prodotti industrialmente); evitare di cuocere eccessivamente oppure friggere o tostare cibi ricchi di carboidrati (patatine fritte o arrosto, per esempio, dovrebbero essere cotte fino a quando assumono un colore dorato, evitando che arrivino a tonalità giallo scuro). E' comunque bene rimuovere le parti più cotte e quindi scure dei cibi.La media di assunzione di acrilamide varia da 0.3 a 0.5 microgrammi per chilo di peso al giorno per gli adulti, mentre si passa a 0.3-1.4 per i bambini. In generale, dunque, i piccoli sono più esposti , perchè il quantitativo di composto è relativo al peso corporeo.
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Dicembre 2007
52 mila morti l'anno in Italia a causa dell'obesità
L'obesità miete, solo in Italia, 52 mila morti l'anno; rappresenta il secondo rischio per la salute dopo il fumo. Si tratta di numeri e dati, appena diffusi dal Ministero della Salute, relativi a un big killer che colpisce sempre di più il nostro Paese, ma che di fatto è in aumento in tutti i Paesi occidentali. Sovrappeso e obesità aumentano il rischio di malattie croniche come il diabete e le malattie cardiovascolari. In Italia, oggi, un maschio adulto su due è in sovrappeso e una donna adulta su tre è in sovrappeso. Anche tra i piccoli i numeri sono a dir poco preoccupanti; tra i bambini uno su tre è in sovrappeso. Il Ministero della Salute ricorda di essere attivamente impegnato nell'azione di contrasto a questo problema di salute pubblica attraverso iniziative come il programma "guadagnare salute" e il piano della prevenzione 2005-2007. L'epidemia "obesità" è un problema che non riguarda solo l'Italia , ma che coinvolge tutti i Paesi Occidentali e, pertanto, appare chiaro come sia indispensabile tener conto sia delle indicazioni provenienti dagli organismi sovranazionali come l'Unione Europea, sia delle diverse esperienze in campo internazionale.
"Non bisogna pensare al problema obesità solo come a un problema estetico ma neppure, come nei casi estremi, a una malattia, sottolinea il Ministro Livia Turco. Va affrontato con interventi trasversali e multisettoriali con il coinvolgimento di molti altri soggetti istituzionali e della società civile (ministeri, comuni, province, associazioni professionali e di categoria, associazioni dei consumatori, produttori di alimenti, pubblicitari, mass media).
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Dicembre 2007
Le pillole non fanno miracoli
Oltre un miliardo di persone nel mondo sono obese o in sovrappeso. Si stima che solo nel 2005 siano stati spesi circa 1.2 miliardi di dollari in farmaci anti-obesità. Il dubbio viene a leggere uno studio del British Medical Journal dal quale si evince come l'efficacia di questi farmaci sia bassa o comunque inferiore a quello che ci si potrebbe aspettare. Del resto le linee guida danno indicazioni precise: il trattamento principale di una persona obesa è una dieta appropriata, associata talora a supporto psicologico e ad un incremento dell'attività fisica. I farmaci servono solo dopo e solo in situazioni particolari.Un farmaco per il trattamento del sovrappeso, infatti, dovrebbe essere prescritto solo alle persone con BMI uguale o superiore a 30, nelle quali almeno tre mesi di dieta controllata, esercizio fisico e modificazioni del comportamento alimentare non abbiano raggiunto l'obiettivo di una riduzione significativa del peso. Se poi vi sono fattori di rischio, uno su tutti il diabete, può essere appropriato prescrivere farmaci anche a soggetti con BMI inferiore. Fatte queste premesse lo studio, pubblicato sul Brtish Medical Journal, cerca di riepilogare l'efficacia a lungo termine dei farmaci oggi disponibili per ridurre il peso.
I farmaci in questione sono tre, Orlistat,la cui azione si esplica nell'inibire la lipasi pancreatica, interferendo così con l'assimilazione dei grassi, Sibutramina, che agisce soprattutto a livello centrale, cioè sui neurotrasmettitori coinvolti nel controllo dell'assunzione del cibo e, ultimo nato, Rimonabant che agisce a livello centrale sul sistema degli endocannabinoidi. Tre farmaci il cui giro di mercato è piuttosto rilevante e destinato a esserlo ancora di più vista la sempre maggiore incidenza dell'obesità. Ma ne vale la pena?. I ricercatori concludono di no o quantomeno non del tutto. Le pillole anti-obesità, infatti, riescono a far perdere non più del 5% del peso complessivo, un risulttao quindi piuttosto modesto. Gli studi presi in esame in questa metanalisi, trenta in tutto, di cui 14 nuovi e 16 già esaminati, riguardano circa ventimila persone. Si è così visto, rispetto al placebo, che i farmaci fanno perdere in media da 2,9 kg (Orlistat) a 4,7 kg (Rimonabant). Una quota non così rilevante, anche se vanno considerati altri benefici in termini di salute. Orlistat riduce,ad esempio, l'incidenza di diabete; d'altro canto uno studio pubblicato nel 2007 su Lancet ha rilevato che Rimonabant, dopo un anno di trattamento, determina un 40% di rischio in più di gravi disturbi psichiatrici. Nel complesso, concludono gli Autori, la scelta di prescrivere o meno un farmaco anti-obesità va valutata attentamente. La perdita di peso è modesta e gran parte dei pazienti rimangono obesi o sovrappeso dopo la farmacoterapia. In più sono farmaci costosi e spesso associati ad effetti avversi. Sull'altro piatto della bilancia, vanno considerati qualche lieve progresso nel profilo di rischio cardiovascolare, la possibilità di una buona risposta e la sempre maggiore evidenza che anche una perdita lieve di peso può essere vantaggiosa in paziente con diabete tipo 2. Ma qualsiasi scelta terapeutica venga fatta, una cosa è chiara e lo dice il National Institute for Health and Clinical Excellence(NICE): se dopo tre mesi di terapia farmacologica, non è stata raggiunta la perdita di peso minima,la soglia del 5%, allora è meglio interrompere la terapia con il farmaco.
Rucker D et al: Long term pharmacoterapy for obesitY and overweight. update meta-analysis. BMJ;
Mitchell PB, MOrris MJ: Depression and anxiety with rimonabant. The lancet 2007; 370.
A cura Del Dr. Massimo Vincenzi
Novità in celiachia
Celiachia, enzima aspergillo suggerisce trattamento
Una nuova prolil-endoproteasi derivante dall'Aspergillus niger è risultata in grado di degradare il glutine in un modello gastrointestinale: l'aggiunta di questo enzima ai pasti contenenti glutine potrebbe offrire ai pazienti la possibilità di abbandonare occasionalmente la propria stretta dieta priva di glutine. E' stato recentemente dimostrato che l'enzima è in grado di degradare peptidi di glutine e proteine di glutine intere con efficienza in vitro: il suo pH ottimale è simile a quello che si trova nello stomaco, e resiste alla degradazione con pepsina. In ultima analisi, saranno necessari studi clinici per determinare se l'integrazione orale dell'enzima sia in grado di eliminare completamente la tossicità da glutine. (Gut 2008; 57: 25-32)
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Caffè e diabete
Il caffè di nuovo sotto accusa di diabete
Quattro caffè al giorno e la glicemia può salire dell'8 per cento, mettendo in serio pericolo la salute di chi soffre di diabete di tipo 2. E' il nuovo, sconfortante allarme che riguarda la bevanda più amata dagli italiani. Questa volta si tratta di un piccolo studio pubblicato su 'Diabetes Care' e portato avanti da ricercatori della Duke University Medical School di Durham (Usa) su 10 malati, che sono stati invitati ad assumere in un arco di 72 ore, a giorni alterni, alcune pillole che contenevano l'equivalente in caffeina di quattro tazzine, oppure un placebo. Per tenere sotto controllo i pazienti, gli studiosi hanno inserito nel loro braccio alcuni chip sottocutanei in grado di monitorare il livello di glucosio nel sangue. Dalle analisi è emerso che assumere caffeina può aumentare la glicemia, soprattutto dopo i pasti: +9 per cento dopo la colazione, +15 per cento dopo pranzo e +26 per cento dopo cena. Sembra che questa sostanza agisca interferendo con il processo che 'sposta' il glucosio dal sangue ai muscoli e ad altre cellule dell'organismo. Inoltre, potrebbe innescare il rilascio di adrenalina aumentando così la quantità di zuccheri nel sangue. "Ora l'indagine andrà effettuata su un numero maggiore di diabetici - puntualizza James Lane, autore dello studio - e occorre comunque sottolineare che nelle persone sane il caffè non ha effetti collaterali come questo, e anche fra i diabetici potrebbero esserci persone più o meno 'sensibili' agli effetti negativi legati al consumo massiccio di questa bevanda".
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
News sulla soia
Soia opportuna negli anta
Un supplemento quotidiano di soia potrebbe prevenire l'accumulo di grassi a livello addominale che è tipico delle donne nel periodo postmenopausale.
In proposito uno studio randomizzato in doppio cieco ha coinvolto 15 donne di età superiore ai 55.6 anni con un BMI 30.5 che venivano invitate ad assumere una bevanda emulsionata supplementata con 20 g di proteine della soia e 160 mg di isoflavoni ponendole a confronto con un pari gruppo di donne che invece ricevevano una bevanda placebo. Il trial durava 3 settimane consecutive al termine delle quali venivano misurati i parametri di composizione corporea. Si è cosi evidenziato che, sebbene non vi fossero significativi cambiamenti del peso nei due gruppi confrontati, nel gruppo che aveva bevuto la bevanda supplementata la massa grassa sottocutanea addominale era significativamente diminuita. Questo studio ripropone la questione annosa, e ancora non risolta, dell'opportunità dell'impiego della soia nel trattamento dietetico delle donne in sovrappeso nel periodo postmenopausale.
Fertility and Sterility (Elsevier)
December 2007, Volume 88, Issue 6, Pages 1609-1617
Sites CK et al.
Nutraingredient.com
Breaking News on Supplements & Nutrition - North America
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Effetti della vitamina C sull'apparato circolatorio
La C sgombra le carotidi
Secondo uno studio europeo l'aumento dei livelli plasmatici della vitamina C può indicare una riduzione del 42% del rischio d'insorgenza di ictus.
L'effetto benefico e protettivo della vitamina C si manifesta, sia con l'assunzione di supplementi, sia aumentando il consumo quotidiano di frutta e verdura fresche. L'osservazione è scaturita dai dati dello studio European Prospective Investigation into Cancer che ha coinvolto oltre 20600 partecipanti. Gli autori hanno stabilito che il livello plasmatico di vitamina C potrebbe essere utilizzato come marker biologico di uno stile di vita salutare (in quanto equivalente all'aumento dell'assunzione di frutta e verdura) per il rischio cardiovascolare. Il meccanismo attraverso il quale avverrebbe questa protezione potrebbe coinvolgere direttamente la vitamina C anche se sono necessarie ulteriori ricerche.
American Journal of Clinical Nutrition
January 2008, Volume 87; 64-69
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Frutta e ortaggi salva neuroni
Polifenoli salva neurone
Una dieta ricca di frutti ad elevato contenuto di polifenoli (mele, arance e banane) potrebbe essere protettiva nei confronti dello stress ossidativo legato alla perdita delle funzioni cognitive.
Una protezione che appare determinante nella patogenesi dell'Alzheimer.
Si tratta di una nuova scoperta di un gruppo di ricercatori che hanno sperimentato l'effetto dei polifenoli su cellule neuronali in coltura. I neuroni che erano incubati con un medium ricco di estratti della frutta fresca mostravano un ritardo nella degenerazione e nella morte dopo essere sottoposti a potente stress ossidativo. Questa scoperta fa ben sperare per un futuro abbastanza prossimo nel quale i malati di Alzheimer potranno essere trattati anche con una dieta ricca di frutta e ortaggi.
Journal of Food Science
Published online ahead of print
H.J. Heo et al
Nutraingredient.com
Breaking News on Supplements & Nutrition - USA
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Ancora sull'obesità
La ricerca dedicata alla patogenesi e al trattamento dell'obesità non si da pace.
In proposito, una ricerca recente condotta sui ratti indica chiaramente che le radici dell'obesità sono sicuramente nel cervello e quindi le abitudini alimentari non costituiscono fattori determinanti. In particolare, la diversità del ratto obeso avrebbe sede in un'alterazione innata dei centri ipotalamici. Forse per questo motivo correggere solo la dieta restringendo l'apporto calorico, molto spesso non funziona. E ancora, un altro lavoro sperimentale, uscito in contemporanea al precedente, suggerisce che l'obesità sarebbe largamente determinata da fattori genetici che con una forte penetranza influenzano la deposizione di tessuto adiposo che avviene già nell'infanzia a dispetto dei fattori ambientali obesiogeni pre-esistenti. Questo secondo studio è stato però condotto sull'uomo, osservando le misure antropometriche di 5092 paia di gemelli (omozigoti e dizigoti) ed ha effettivamente chiarito gran parte dei meccanismi che influenzano la disposizione corporea del tessuto adiposo.
WebMD Medical News Feb. 5, 2008
Cell Metabolism.
Wardle J et al American Journal of Clinical Nutrition
February 2008, Volume 87, (2) 398-404
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Alimentazione e prostata
Un nuovo studio ha analizzato i benefici di una dieta ricca di vegetali e evidenziato i danni di una dieta ricca di carni rosse in 5000 uomini. Sono stati confrontati i risultati di studi diversi per quanto riguarda gli effetti da eventuali supplementi di vitamina D e di licopene e zinco provenienti da una dieta ricca di vegetali. Tra l'altro i benefici del licopene nella prevenzione dei tumori prostatici già suggeriti da lavori precedenti sono stati confermati anche da un recente lavoro.
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Nutraingredient.com Europe
American Journal of Epidemiology
Published online ahead of print Kristal AR et al
Licopene: prostata e non solo
Il licopene, carotenoide di cui è ricco il pomodoro e del quale sono note le proprietà antitumorali a vantaggio della prostata, avrebbe le stesse proprietà anche verso il cancro del colon.
A suggerire questa possibilità è stato uno studio olandese placebo-controllo, condotto in doppio cieco e randomizzato, su 71 soggetti. I ricercatori hanno dimostrato che supplementi di licopene possono aumentare i livelli di proteine plasmatiche che legano IGF (insulin-like growth factor) e questo sarebbe il nesso con il rischio di cancro della prostata, del seno nel periodo postmenopausa e del colon-retto. Lo studio pubblicato alla fine dello scorso anno, è il primo che ha chiarito in parte i processi che sottendono all'insorgenza e al rischio del cancro, in linea generale, per i tumori ormono-sensibili. I dati erano preliminari e promettenti e lo studio proseguirà.
Nutraingredient.com
American Journal of Clinical Nutrition
November 2007, Volume 86, 1456-1462
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Sovrappeso e Videodipendenza nell'infanzia
La teledipendenza dei bambini è un problema di salute pubblica? Si direbbe di sì, visto e considerato che, stando a un recente studio, il destino dei piccoli teledipendenti è quello di diventare obesi, fumatori e con il colesterolo alto. E in particolare l'associazione all'obesità è ormai un dato di fatto. Visto poi che l'Italia ha il record di bambini obesi in Europa e che secondo l'Osservatorio sui Diritti dei Minori il 71% dei bambini, fra i 6 e i 10 anni, ha dichiarato di rimanere davanti al piccolo schermo orientativamente 6 ore al giorno, contro le due che sarebbero indicate dalle linee guida pediatriche, forse è il caso di trovare delle contromisure. In questa direzione va uno studio appena pubblicato dagli Archives of Pediatric and Adolescent Medicine secondo il quale ridurre il tempo trascorso davanti a tv e computer riduce indice di massa corporea (BMI) ma anche assunzione calorica e comportamento sedentario. E per farlo anche la tecnologia può essere d'aiuto.
Il legame c'è
Sempre più ricerche, precisa l'editoriale che accompagna lo studio, iniziano a spiegare i meccanismi che sovrintendono alla relazione tra obesità e videodipendenza. Due gli aspetti fondamentali: la mancata attività fisica, da una parte, e gli effetti sulla dieta. Cibo e bevande sono pubblicizzate nella programmazione per bambini e di conseguenza si ha un aumento spropositato dell'intake calorico giornaliero. Il che accade sia perché i bambini mangiano guardando la tv, sia per un più generico effetto del marketing alimentare. Colpa delle industrie, perciò, che dovrebbero essere protagoniste di una politica anti-obesità infantile. Lo studio statunitense ha coinvolto settanta bambini di età compresa tra i quattro e i sette anni, il cui BMI fosse al 75esimo percentile o superiore, che passassero almeno 14 ore settimanali guardando un monitor, televisivo o di computer. Nel corso dello studio, durato due anni, un gruppo di bambini aveva dispositivi installati sui monitor che imponevano limiti nella somma totale di tempo trascorsa davanti agli schermi. Con una riduzione del 10% settimanale fino a raggiungere il 50%. L'altro gruppo, invece, non aveva alcun tipo di restrizione rispetto al tempo trascorso davanti alla tv. BMI, tempo trascorso alla tv, assunzione calorica e attività fisica sono stati monitorati ogni sei mesi. Ebbene al termine dello studio i bambini senza restrizioni imposte hanno ridotto il tempo davanti al video di 5,2 ore a settimana in media, mentre l'altro gruppo è arrivato a ridurle fino a 17,5 ore settimanali. In questo gruppo è stata riscontrata una riduzione del BMI, sebbene non sia stato osservato un corrispettivo aumento dell'attività fisica. Un fatto che gli autori spiegano con un ridotto consumo calorico complessivo.
La tecnologia a supporto
I risultati, commenta l'editoriale, confermano l'evidenza che tv e dieta abbiano una relazione. Ma in particolare uno degli aspetti di significativa novità dello studio è il ruolo che la tecnologia può dare a supporto delle strategie anti-obesità. Il ricorso a un dispositivo elettronico e a incentivi simili ha, infatti, portato a riduzioni significative nel tempo trascorso al video e nel BMI. Questo dispositivo in particolare, TV Allowance device, sostanzialmente un timer, consente ai genitori di fissare il tetto di ore trascorse allo schermo ma con il contributo dei bambini che decidono come utilizzarle. Una modalità che potrebbe ridurre i conflitti tra genitori e figli. Una strategia che si aggiunge alle molte già proposte e mirate a ridimensionare l'uso della tv. Il limite fissato dall'Academy of Pediatrics non dovrebbe superare le due ore quotidiane per i bimbi con più di due anni. ma queste raccomandazioni per il momento sono ben lungi dal divenire realtà.
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Fonti
Gorthmaker SL. Innovations to Reduce Television and ComputerTime and Obesity in Childhood. Arch Pediatr Adolesc Med. 2008;162(3):283-284.
Epstein LH et al. A Randomized Trial of the Effects of Reducing Television Viewing and Computer Use on Body Mass Index in Young Children. Arch Pediatr Adolesc Med. 2008;162(3):239-245
Frutta e scuola
Frutta e verdura migliorano la pagella
I consumi di frutta, verdure e grassi avrebbero un ruolo importante sulla performance scolastica dei bambini.
Lo confermano i risultati di uno studio pubblicato sul Journal of School Health che in pratica ribadisce l'influenza di una dieta bilanciata sulle funzioni cognitive e sulla salute cerebrale in generale. Il lavoro viene dal Canada e dall'osservazione di 5000 scolari dei quali veniva misurata la qualità della dieta secondo le risposte ad un questionario appositamente studiato e già validato, il Diet Quality Index-International (DQI-I). Gli indici della qualità dei cibi assunti venivano confrontati con la performance scolastica tramite la somministrazione di un test cognitivo già validato (Elementary Literacy Assessment). Sì è così evidenziato che solo i ragazzi che consumavano più frutta e verdura e meno grassi ogni giorno raggiungevano il punteggio migliore del test che accertava le funzioni cognitive.
Nutraingredient. com USA
Journal of School Health, April 2008, Vol. 78, No. 4
Michelle D. Florence, Mark Asbridge, Paul Veugelers
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Obesità e sonno
Durata del sonno connessa ad aumento di peso
I pazienti che tendono a dormire particolarmente poco o a lungo vanno incontro ad un aumento di peso rispetto a coloro che dormono in media sette-nove ore. I fattori individuali ed ambientali che influenzano il bilancio energetico non sono stati pienamente compresi. Gli attuali trattamenti per l'obesità non hanno avuto successo nel mantenere a lungo termine la perdita di peso, il che suggerisce la necessità di nuovi approfondimenti nei meccanismi che sfociano in alterazioni di metabolismo e comportamento e possono portare all'obesità. E' stato comunque accertato che è necessario aggiungere la durata del sonno al pannello di fattori determinanti che contribuiscono all'aumento di peso ed all'obesità. (Sleep. 2008; 31: 517-23)
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Altri rischi dell'obesità ed in particolare del grasso addominale
Il sovrappeso è un fattore che sta emergendo sempre più nella sua pericolosità, in quanto correlato ad accumuli lipidici viscerali ma anche a livello sottocutaneo, quale importante fattore di rischio soprattutto cardiovascolare e di diabete. E non basta, l'imputazione più recente è che l'eccesso di grasso addominale si leghi a una maggiore probabilità di sviluppare più in là nel tempo la demenza di Alzheimer, come indica una ricerca: aumento di rischio che riguarderebbe già chi ha troppa “pancia” a quarant'anni e, per aggravare il quadro, esistente anche se si è normopeso, benché più contenuto che in presenza di obesità. Le accuse prima rivolte genericamente all'eccesso di massa corporea (BMI) sembrano focalizzarsi sempre più a livello distrettuale, come per addome e circonferenza vita, per cui la categoria delle persone che corrono rischi per la salute sarebbe più ampia rispetto a quelle classiche del sovrappeso e dell'obesità total body. Un fatto preoccupante stando ai dati anche italiani sull'obesità addominale: e sempre italiane sono due ricerche recenti, una appena pubblicata, che hanno meglio chiarito la relazione con il rischio di diabete.
A proposito della pericolosità del grasso,l'evidenza più nuova è appunto quella relativa alla demenza. L'ha messa in luce un'analisi longitudinale della Divisione di ricerca Kaiser Permanente di Oakland, California, in cui tra il 1964 e il 1973 si è misurato in 6.583 partecipanti il diametro sagittale addominale (SAD) che è in pratica lo spessore, andando poi a vedere 36 anni più tardi eventuali correlazioni con le diagnosi di demenza. Si sono riscontrati 1.049 casi ed è risultato per i soggetti con SAD più elevato un rischio di demenza 2,7 volte maggiore rispetto a quelli con SAD più basso, modificato di poco aggiungendo il fattore BMI. In particolare negli obesi (BMI >30) con SAD più alto la probabilità di demenza era 3,6 volte maggiore, ma anche nei normopeso (BMI tra 18,5 e 25) era aumentato a 1,9 in presenza di SAD elevato cioè maggiore di 25 centimetri in confronto a SAD sotto questo valore. Importante che queste associazioni sono risultate indipendentemente da altre variabili come ipertensione, ipercolesterolemia, diabete e poi età, sesso, livello d'istruzione, eccetera. I ricercatori si sono detti sorpresi dell'ampiezza del dato e affermando che il meccanismo resta da chiarire hanno ricordato che il tessuto adiposo viscerale è metabolicamente molto attivo, produce ormoni e sostanze infiammatorie che hanno un ruolo nell'insulino-resistenza, nelle cardiovasculopatie ed evidentemente nel danno cerebrale: tra le sospette la leptina che passa la barriera emato-encefalica e nell'animale indurrebbe neurodegenerazione favorendo il deposito di beta-amiloide.
Per quanto concerne l'adiposità addominale al femminile era stata una ricerca italo-americana pubblicata nel 2007 su Diabetes a dimostrare la relazione causale tra grasso viscerale e infiammazione sistemica, legata in particolare all'interleuchina-6 prodotta dalle cellule adipose che induce la produzione nel fegato della proteina C-reattiva: tutte e due molecole infiammatorie e coinvolte nello sviluppo dell'insulino-resistenza, quindi del diabete tipo 2, e dell'infarto miocardico. In uno studio italiano appena uscito sul Journal of Lipid Research si è poi chiarito che gli adipociti viscerali muoiono (per l'eccesso di lipidi accumulato) prima di quelli sottocutanei, con arrivo più precoce delle cosiddette “coroncine” di macrofagi, cellule-spazzino che innescano processi infiammatori analoghi a quelli del diabete. Questo confermerebbe che rischi per la salute esistono già in persone con sola adiposità centrale e non obese. Da notare che negli Stati Uniti metà degli adulti avrebbe circonferenza vita e addominale in eccesso. Ma l'Italia non è da meno, stando per esempio ai dati appena diffusi da un'indagine dell'Osservatorio Grana Padano condotta con pediatri e medici di famiglia: in risalto quello dell'obesità addominale femminile, presente in un terzo delle donne tra 20 e 50 anni e in metà di quelle da 50 anni in su, cioè più che nella popolazione maschile, e con una prevalenza di adiposità androide o “a mela” che si associa a rischio cardiovascolare, invece che ginoide o “a pera”. Se si considera che l'obesità addominale, espressa da un rapporto tra circonferenza vita e altezza oltre la soglia di 0,5, risulta presente nel 44% dei bambini tra 3 e 6 anni e in quasi un terzo tra 7 e 10 anni, è chiaro che tutti dovremmo prestare maggiore attenzione e utilizzare maggiormernte l'attività motoria perché la sedentarietà è uno dei principali responsabili della situazione attuale.
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Fonti
Whitmer R.A. e coll. Central Obesità and increased risk of dementia more than three decades later. Neurology, pubblicato online il 26 marzo 2008.
Osservatorio Grana Padano
Obesità
Colesterolo non HDL e rischio cardiovascolare
Aterogenicità e valore predittivo di malattia coronarica del colesterolo non-HDL
Key words: colesterolo non- HDL, rischio cardiovascolare
Il colesterolo a bassa densità (LDL-C) rappresenta un fattore aterogenico ben definito nella eziopatogenesi della malattia coronarica (CHD), ma in presenza di livelli elevati di Trigliceridi (TG), da solo, non è sufficiente a definire il rischio associato alla dislipidemia aterogenica. Le lipoproteine che costituiscono le lipoproteine non ad alta densità, altrimenti definite colesterolonon-HDL(non-HDL-C), comprendono le lipoproteine ricche di TG, i residui degli esteri colesterinici arricchiti di lipoproteine ricche di TG e la Lipoproteina (a). Recenti studi osservazionali e di intervento hanno suggerito che il valore predittivo di rischio cardiovascolare (RCV) e mortalità del non-HDL-C è migliore rispetto ai valori di LDL-C e ha un'elevata correlazione con i livelli di apo-lipoproteina B (apoB).
The American Journal of Cardiology ha pubblicato una revisione sul ruolo del non-HDL-C come fattore aterogenico predittivo di malattia coronarica, considerando che le linee guida NCEP ATP III (1)lo identificano come target secondario nei pazienti con livelli di TG >200 mg/dl dopo aver raggiunto il target primario rappresentato dai livelli di LDL–C goal e che il non-HDL-C comprende il colesterolo di tutte le lipoproteine contenenti apoB, incluse le lipoproteine ricche di TG, i chilomicroni, le VLDL, le lipoproteine a densità intermedia (IDL), le LDL e la lipoproteina(a).
Tutte le lipoproteine aterogeniche hanno sulla loro superfice una molecola di apo-B che riflette la misura diretta delle lipoproteine aterogeniche circolanti. L'ipertrigliceridemia è a volte associata a livelli elevati di apoB a causa di ipersecrezione epatica di VLDL –TG, ma non tutte le forme di ipertrigliceridemia sono ugalmente aterogeniche. Inoltre la determinazione delle concentrazioni di apoB, pur essendo un forte indicatore di RCV, non è economica e presenta limitazioni tecniche che rendono improponibile nei laboratori un suo uso routinario. Il non-HDL-C è un surrogato accettabile e utile per misurare la concentrazione di molecole aterogeniche (Figura 1).
Una meta-analisi di studi osservazionali su TG ed eventi CHD ha evidenziato che l'aumento di 89 mg/dl di TG era associato a un incremento del rischio del 32% negli uomini e del 76% nelle donne (2). Le linee guida NCEP ATP III raccomandano un trattamento opzionale più aggressivo per raggiungere il target di non_HDL-C se i livelli di TG sono tra 200 e 499 mg/dl, mentre il VLDL-C non è abbastanza elevato da supportare questa strategie se i TG sono border line (150-199 mg/dl) . Comunque il colesterolo non-HDL ha mostrato di essere fortemente correlato con i livelli plasmatici di apoB in soggetti con lipidi normali, anche se raggiungere il target per il non-HDL-C non necessariamente garantisce dall'averlo raggiunto per le apoB. Questo a conferma della complessità che è emersa dagli studi sul metabolismo delle lipoproteine ricche di TG e l'interrelazione dinamica con le altre lipoproteine.
Le lipoproteine costituenti il non-HDL-C sono aterogeniche e i loro livelli elevati sono predittivi di CHD e mortalità per malattia cardiovascolare. I risultati del Womens Health Study (JAMA 2005) ottenuti su un campione di 15632 donne di età >45 anni dimostrano che il non-HDL-C è un buon indice predittivo di primo evento cardiovascolare e migliore delle frazioni apolipoproteiche. Nel Lipid Research Clinics Program Follow-Up Study (Arch Intern Med 2001) un aumento dei livelli di non-HDL-C e di LDL-C di 30 mg/dl corrisponde, nell'uomo, ad un aumento della mortalità cardiovascolare rispettivamente del 19% e 15% e nella donna del 11% e 8%.
Su queste basi le raccomandazioni per il management terapeutico per livelli molto elevati di TG (> 500 mg/dl) sono orientate primariamente alla prevenzione della pancreatite; solo dopo che i TG sono < 500 mg/dl andrebbe posta attenzione alla riduzione del LDL-C. Raggiunto il goal LDL-C se i livelli di TG rimangono elevati nonostante le modificazioni degli stili di vita ed il successivo trattamento con statine, è raccomandabile intensificare gli interventi farmacologici per ridurre il non-HDL-C considerando che il suo goal terapeutico è circa 30 mg/dl più elevato di quello del LDL-C.
Fonte
Miller M et al. Atherogenicity and Predictive Value of Non-High-Density Lipoprotein Cholesterol for Coronary Heart Disease.Am J Cardiol 2008; 101:1003-8.
Bibliografia
Grundy S et al National Cholesterol Education Program (NCEP).Implication of recent clinical trials for the National Cholesterol Education Program Adult Treatment Panel III Guidelines. Circulation 2004;110:227-39
Hokansons JE et al Plasma Triglyceride level is a risk factor for cardiovascular disease independent of high-density lipoprotein cholesterol level: a meta-analysis of population based prospective studies. J Cardiovasc Risk 1996;3:213-9
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Esercizio fisico e invecchiamento
L'esercizio allontana l'invecchiamento
Seguire una routine d'esercizio regolare durante la mezza età può ritardare l'invecchiamento biologico anche di 12 anni. Venti anni fa era stato suggerito che uno dei più importanti fattori che influenzano la qualità della vita nei soggetti molto anziani fosse il mantenimento di una potenza aerobica sufficiente a consentire una vita indipendente. Il progressivo deterioramento dovuto all'età di diversi aspetti della forma fisica porta la maggior parte degli anziani sedentari al punto in cui la capacità funzionale necessaria viene a mancare fra gli 80 ed i 90 anni. Durante la maggior parte della vita adulta, l'invecchiamento è tipicamente associato ad una diminuzione costante dell'apporto massimale di ossigeno: se questa tendenza continua nell'età anziana, l'assunzione massimale di ossigeno diminuirebbe al punto tale che le ordinarie attività della vita quotidiana indipendente diverrebbero intollerabilmente faticose. L'esercizio regolare diminuisce in modo sostanziale il rischio di obesità, diabete ad insorgenza tardiva, ipertensione, infarti, alcune forme di ictus, diversi tumori ed osteoporosi, e non soltanto nella mezza età ma anche in quella anziana. Essa aiuta anche nella riabilitazione susseguente ad episodi critici come un infarto o lo scompenso cardiaco congestizio. L'esercizio aerobio regolare può avere un qualche impatto sulla probabilità di sviluppare cecità data la riduzione del rischio di diabete tardivo, e le cadute catastrofiche sono meno probabili se un esercizio regolare mantiene potenza muscolare, equilibrio e coordinazione. (Brit J Sports Med online 2008, pubblicato il 10/4)
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Italiani e Integratori
Pillole colorate, bustine e polveri 'del benessere' per quasi un italiano su tre, che in sei casi su dieci li usa da oltre due anni. A fotografare il popolo degli integratori è un'indagine su 500 persone presentata in occasione di Cosmofarma 2008 e promossa da FederSalus (Federazione italiana che riunisce le aziende produttrici di prodotti salutistici). L'elenco dei prodotti acquistati con regolarità è lungo, e l'obiettivo è principalmente il benessere psico-fisico (46.1%), insieme a specifiche esigenze di salute (42.8%). Per fare il pieno di vitamine, integratori per diete, fermenti lattici o tonici, si opta in prevalenza per la farmacia, anche se erboristeria e supermercati sono in crescita. Per consigli su misura il medico rimane sempre punto di riferimento, almeno per il 51,7% degli intervistati, mentre uno su tre si affida al 'fai da te', sia per i prodotti da utilizzare che per i periodi dell'anno in cui farlo. Nella classifica dei più amati dagli italiani, al primo posto figurano integratori di vitamine e minerali (52,5%), seguiti da fermenti lattici (36%) o integratori energetici sportivi a base di vitamine, sali minerali, aminoacidi e proteine (14,4%), particolarmente apprezzati dagli uomini (23% contro il 9,9% delle donne). Non mancano, poi, gli integratori dietetici a base di crusche e altre fibre (8,3%), gli estratti vegetali, come aloe o papaia (7,8%), ginseng, pappa reale e tonici (7,4%). E non si tratta di una moda passeggera. Ben il 62,1% è fedele agli integratori da oltre due anni, o comunque da piu' di uno (13,9%). E se il 45,6% li prende 'a singhiozzo', il 18% dice di usarli tutto l'anno, e il 35,3% lo fa ciclicamente, in relazione a determinate stagioni. Dallo studio promosso da FederSalus emerge, poi, che circa due terzi del popolo degli integratori sono donne (in media il 66%, che diventano il 71,6% nel Nord Ovest), con un livello di istruzione medio-alta (51,7%). Inoltre il 42,1% fa sport e il 39,1% segue abitualmente un regime alimentare salutistico. Se per il 10% degli intervistati al momento dell'acquisto conta moltissimo il consiglio del farmacista, per molti non è secondario il fattore costo: il 17,8%, infatti, nella scelta si basa proprio sulla convenienza (cosa a cui sembrano particolarmente attenti gli uomini, con il 23,5%). L'indagine ha esaminato anche il diverso tipo di acquisti in base al negozio di riferimento: in farmacia gli acquirenti piu' fedeli comprano, oltre ai medicinali, anche integratori alimentari (45,7%), prodotti per l'igiene personale (36,7%) e cosmetici (32,3%), confidando nella professionalità del farmacista e nella sicurezza dei prodotti. Fra gli acquisti più gettonati in erboristeria, invece, troviamo tisane e infusi (51,4%), ma anche cosmetici e prodotti di bellezza (33%). In molti, infine, acquistano prodotti per l'igiene personale (28,9%) ed erbe officinali (24,5%), oltre agli integratori alimentari (22%).
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
L'importanza della colazione
Da una ricerca Eurisko emerge come, anche se la maggioranza degli italiani (83%) dichiara di fare colazione non le si riserva il tempo necessario: quasi la metà dedica al pasto del mattino meno di 10 minuti e c'è anche un 17% della popolazione (oltre 8 milioni di persone) che la salta del tutto. L'allerta si rende necessaria per il continuo diffondersi dell'obesità, che riguarda 44 milioni di adulti e il 10% dei bambini. "Ogni 5 anni questo allarmante dato aumenta del 25%. Il primo passo si fa a tavola a partire dal mattino. Abitudini alimentari corrette sono fondamentali per prevenire disturbi quali sovrappeso e obesità, che interessano sempre più frequentemente anche i bambini, e le patologie correlate (ipercolesterolemia, diabete e ipertensione arteriosa). Le regole sono facili: una fonte di carboidrati, cereali pronti per la prima colazione o pane e una fonte di proteine, come latte o yogurt. Se poi aggiungiamo un frutto, avremo anche arricchito il tutto con fibre, vitamine e minerali.
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Energy drinks: necessaria avvertenza
Le bevande denominate energy drinks negli ultimi anni sono diventate sempre più popolari tra i giovani di età inferiore ai 30 anni che tendono a consumarne almeno 3-4 lattine la settimana e spesso le mescolano insieme ad alcolici e superalcolici. SIF (Società Italiana di Farmacologia) precisa che ogni lattina contiene caffeina (in genere una quantità lievemente superiore o equivalente agli 80-85 mg di una tazzina di caffè e decisamente superiore ai 23 mg di una classica Coca Cola), e a volte altri stimolanti quali, guaranà (contenente altra caffeina) o ginseng. Al di là del fatto che la sola caffeina potrebbe provocare effetti diversi specie a carico dell'apparato cardiovascolare, e nonostante la popolarità che queste bevande hanno raggiunto nel mondo, molti Paesi ne hanno sospeso la distribuzione. In Francia, Danimarca e Norvegia non ne hanno autorizzato la vendita. In Gran Bretagna il commercio è consentito liberamente, ma è sconsigliato l'uso alle donne in gravidanza, ai minori e alle persone a rischio cardiovascolare. Considerando che esistono alcuni dati incompleti sugli effetti eventualmente pericolosi dell'eccessivo consumo di energy drink SIF (Società Italiana di Farmacologia), comunque, chiede al Ministero della Salute di imporre ai produttori di aggiungere sulle etichette degli Energy Drink una avvertenza che sconsigli l'uso in soggetti cardiopatici ed ipertesi e avverta sui rischi derivanti dall'associazione con alcool. Un'iniziativa simile - sia pure non drastica e incisiva come quella adottata in Paesi che ne hanno vietato la distribuzione - è stata presa dalla Gran Bretagna che sconsiglia l'uso di energy drinks in dosi elevate, tra i minorenni o in associazione a superalcolici.
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
News sull'obesità infanto-adolescenziale dalla Germania
Le gravi conseguenze del sovrappeso e dell'obesità riguardano ormai tutte le età e tutto il Mondo industrializzato.
Così sono in corso diversi lavori di ricerca al fine d'intervenire efficacemente con la prevenzione primaria. Uno studio tedesco, condotto nella città di Mannheim, ha coinvolto gli scolari di un ginnasio allo scopo di accertarne lo stato nutrizionale, le abitudini alimentari e l'attività fisica svolta. I dati dell'indagine hanno evidenziato che esistono correlazioni dirette tra il BMI elevato di molti dei ragazzi studiati e una pericolosa sedentarietà, caratterizzata da troppo tempo trascorso giocando con il PC o guardando la TV. E' stata anche dimostrata un'associazione positiva tra il migliore stato nutrizionale, osservato nelle femmine che, rispetto ai maschi, mostravano anche un buon rendimento scolastico e riferivano maggior tempo dedicato all'attività fisica.
Fonte:
Neumann H, Neumann P
Nutrition and exercise of schoolchildren. Results of a cross-sectional study at the Lessing Gymnasium (secondary) school in Mannheim, Germany
A cura del Dr. Massimo Vincenzi
Anoressia, scoperto difetto cerebrale che predispone a malattia.
Problemi con la famiglia, con i coetanei o semplicemente con la propria immagine. Nessuna di queste motivazioni di natura sociale sembrerebbe essere la vera ragione per cui una ragazza o un ragazzo sviluppa problemi del comportamento alimentare, come l'anoressia. Alla base del disturbo, secondo uno studio inglese, ci sarebbe infatti una predisposizione genetica legata a un difetto nello sviluppo del cervello. Un'anomalia che si sviluppa già nell'utero materno. Parola dei ricercatori del Great Ormond Street Hospital di Londra, che ne parleranno questa settimana in una conferenza convocata all'Institute of Education della capitale inglese.Per la rivoluzionaria ricerca - riporta il tabloid 'Daily Mail' - lo psichiatra infantile Ian Frampton ha studiato oltre 200 pazienti anoressici, in maggior parte donne fra i 12 e i 25 anni e di nazionalità britannica, americana e norvegese, ricoverati in cliniche specializzate di Edimburgo e Maidenhead. Dalle analisi è emerso che il 70% del campione ha un danno a livello della rete neurotrasmettitrice del cervello. Si tratta di condizioni tipiche anche di altre malattie come la dislessia, l'iperattività e la depressione. In sintesi, anche l'anoressia potrebbe diventare una malattia curabile con una pillola. "Le motivazioni che finora si pensava fossero alla base dei disturbi alimentari, come la pressione dei modelli di magrezza imposti dai media - sottolinea Frampton - non spiegavano scientificamente come mai alcune persone cadono nella rete dell'anoressia e altre no. Esistono invece fattori predisponenti che, oltretutto, potranno sollevare i genitori dal senso di colpa e di responsabilità di fronte a un figlio malato. Si apre la strada per studiare farmaci che possano ristabilire l'equilibrio cerebrale di chi è colpito da questa malattia".
Roma, 30 marzo 2009 (Adnkronos Salute)
Gran Bretagna, tumori all'intestino in aumento del 120% fra 'under 30'.
Sono più che raddoppiati, in 10 anni, gli 'under 30' britannici colpiti da cancro dell'intestino. I casi di questo tumore hanno segnato un più 120% fra i giovani adulti dal '97 al 2006. Sotto accusa l''epidemia' di obesità e la mancanza di esercizio fisico. Lo sostengono esperti del Regno Unito, sulla base dei dati. Dati "allarmanti", sottolineano, che mostrano come questo non sia più solo un tumore 'da anziani'. E i casi fra gli 'under 30' sono destinati ad aumentare ancora, avverte Will Steward, oncologo del Leicester Royal Infirmary e specialista in tumori dell'intestino. "Sono sempre più colpite - afferma - le persone in una fascia d'età che 20 o anche 10 anni fa non si sarebbe ammalata di questo tipo di cancro. Le cause devono essere confermate dal ministero della Salute, ma io sospetto che i cambiamenti delle abitudini alimentari dei bimbi, con un maggior consumo di cibi grassi e ricchi di calorie, sono il 'carburante' della crescita di questo tumore in giovane età". Nel '96 il cancro del colon è stato diagnosticato in Inghilterra e Galles a 63 persone con meno di 30 anni: nel 2006 si è arrivati a 137. Una tendenza da invertire, sottolineano gli esperti sul quotidiano Gb 'Daily Mail'.
Roma, 31 mar. (Adnkronos Salute)